Dio e l'uomo

Dio e l’uomo – XII TO – Gb 38,1.8-11 – Anno B

Dio e l’uomo. Introduzione

Dio e l’uomo. In tutti i miti della creazione dell’antico Medio Oriente
si racconta il drammatico conflitto fra Dio,
promotore dell’ordine e della vita,
e Yam, il mare, mostro spaventoso che,
scatenando la sua straripante potenza,
cercava di mantenere nel mondo il caos e la morte.

Il mare assurse così a simbolo dei forze negative,
contrarie alla vita, nemiche dell’uomo.

Pertanto non desta meraviglia che la Bibbia,
formatasi in questo ambiente culturale,
abbia conservato, in alcune sue pagine,
il ricordo di questo mito.

Infatti già nel primo capitolo della Genesi
parla di una massa informe e disabitata,
di un abisso avvolto dalle tenebre (Gn 1,2)
sul quale Dio interviene al fine di mettere ordine,
separando la luce dalle tenebre,
l’acqua dalla terra ferma
e le acque dolci dalle acque salate.

Rispetto agli dèi che operano nei racconti dei popoli della Mesopotamia,
il Dio della Bibbia mantiene però un comportamento del tutto originale.

Infatti non è mai coinvolto
in un combattimento accanito contro il mostro marino,
ma si impone senza sforzo,
attua ricorrendo alla sua parola,
egli «parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste» (Sal 33,9).

Stupito di fronte a questa sorprendente vittoria, il salmista canta:
«L’oceano avvolgeva la terra come un manto,
le acque coprivano le montagne.
Alla tua minaccia sono fuggite.
Hai posto un limite alle acque: non lo passeranno,
non torneranno a coprire la terra» (Sal 104,5-9).

Il dominio di Dio sul creato si rivela totale e perfetto,
perché «domina l’orgoglio del mare
e placa il tumulto delle acque» (Sal 89,10).

Il suo potere incontrastato appare soprattutto
durante la notte della liberazione dall’Egitto, quando
«risospinse il mare con un forte vento d’oriente,
rendendolo asciutto; le acque si divisero…
e divennero per gli israeliti una muraglia a destra e a sinistra» (Es 14,21.29).

Dio e l’uomo. La prima lettura

Su questo tema, la I Lettura di oggi
ci propone un breve brano tratto dalla risposta di Dio a Giobbe
che pretendeva una spiegazione al grande enigma del dolore.
«Dov’eri tu – gli chiede il Signore –
quando io ponevo le fondamenta della terra?
Dillo, se hai tanta intelligenza» (Gb 38,4).

È soprattutto l’invito a prendere coscienza
della propria condizione di creatura,
limitata nel tempo e nello spazio,
incapace di penetrare nei grandi misteri dell’universo.

Poi, sempre rivolto a Giobbe,
Dio continua ricordando come, quasi per diletto,
assunse il pieno controllo delle acque primordiali
che minacciavano di sovrastare gli altri elementi.

«Collocai – dice – il mare al suo posto,
fissai per lui confini invalicabili,
chiusi le porte con chiavistelli
in modo che non potesse più uscire a riportare il disordine;

lo privai di tutta la sua mostruosa energia di morte;
immobilizzai il mare circondandolo di nubi come di una veste
e lo avvolsi, come se fosse un neonato,
con fasce di caligine folta (v. 9);

poi gli impartii un ordine perentorio:
“Fin qui giungerai e non oltre.
Qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde”» (v. 11).

Commento1

Il messaggio di questo testo è evidentemente che
Dio vuole far quasi toccare con mano all’uomo
la sua finitezza e indurlo ad affidarsi a lui
e a riconoscerlo nelle tracce del suo amore
e della sua potenza, così largamente diffuse nella creazione.

È una lezione che attraversa tutta la Bibbia,
dalla Genesi all’Apocalisse,
e che non deve essere fatta cadere

soprattutto oggi in cui l’uomo,
diventato «maggiorenne», o illuso di essere tale,
tende ad accantonare Dio
e a ritenerlo un’«ipotesi di lavoro, forse anche inutile»:

tutto si spiegherebbe per l’autonoma «razionalità»
insita nelle cose e nei fenomeni della natura,
che l’uomo ormai sarebbe in grado
di padroneggiare a suo piacere!

Scoprire Dio nella creazione e nella propria vita
è il primo passo del nostro incontro con lui,
anche se non l’unico!

Commento2

Ma c’è un altro messaggio meno appariscente,
tuttavia prezioso e importante.

Come non bastassero le nostre domande,
ci sono anche quelle di Dio,
cui veniamo provocati a rispondere.

L’uomo chiede spiegazioni a Dio.
E Dio, a sua volta, domanda spiegazioni all’uomo.
L’uomo protesta, si lamenta,
rimprovera il Signore per le sue assenze.

E Lui replica: «Perché siete così paurosi?».
La creatura vorrebbe costringere il Signore a giustificarsi.
E Lui ci obbliga a dar conto della nostra fede:
«Non avete ancora fede?».

L’errore fondamentale del presunto credente
è quello di non accettare la sproporzione.
Ridurre Dio alla nostra portata.
Trattare da pari a pari con Lui.

Paolo (II Lettura) definisce questo atteggiamento
come «conoscenza di Cristo secondo la carne».

Per cui vogliamo inquadrarlo nei nostri schemi,
imprestargli le nostre aspirazioni temporali,
imporgli le nostre misure,
fargli adottare (e perfino eseguire) i nostri programmi,
fargli sposare le nostre cause.

Dio, però non ci sta.
Lui sta sull’altra riva dell’abisso. Inafferrabile.
E quanto più si fa vicino,
tanto più è irraggiungibile.
Quanto più si manifesta, tanto più è nascosto.
Quanto più dialoga con la creatura,
tanto più questa capisce di non essere in grado di capire.

Sorge tuttavia il sospetto
che Dio non ci proibisca di porgli delle domande.
Una fede tutta punti esclamativi e punti fermi,
che elude i più tormentosi punti interrogativi,
non è una cosa seria, dà l’idea di una recita, una finzione.

Le domande servono a noi,
per fare chiarezza nella nostra vita,
per trovare il senso del cammino.

Ma, paradossalmente,
le domande che ci aiutano a percorrere un itinerario di fede,
a fare un po’ di luce,
sono proprio quelle che non ottengono risposta,
che non hanno risposta.

Dio è d’accordo che sgraniamo il rosario dei nostri perché,
dipaniamo la litania delle nostre questioni,
perché possiamo approdare così al silenzio, all’adorazione.

Ma affermare che Dio ci conduce al silenzio adorante
non vuol dire che ci chiude la bocca.
Piuttosto, attraverso il silenzio, ci apre al mistero.

Foto: Michelangelo Buonarroti, La creazione di Abramo,
Cappella Sistina, Città del Vaticano / zebrart.it

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