Spirito

Spirito del Signore

Spirito del Signore. Il brano evangelico con la richiesta di Giovanni ha un illustre antesignano nel testo proposto come prima lettura. Il richiamo è evidente. Sebbene siano passati molti secoli tra i due episodi, non si può dire, con Cicerone, che la storia sia maestra di vita. Il tempo passa e gli errori si ripetono. Puntualmente. Purtroppo.

La I Lettura ci riporta al tempo dell’esodo, con il popolo in cammino verso la terra promessa, con la sapiente guida di Mosè.

Mosè aveva dedicato tutta la sua vita al servizio del popolo, ma, ultimamente, fu colto dallo scoraggiamento. Difficoltà e problemi si moltiplicavano e gli israeliti non facevano che lamentarsi, avanzare pretese, ribellarsi. Un giorno confidò al Signore: l’ho forse concepita io tutta questa gente? Non ce la faccio più a sopportare il peso di un popolo così grande e indisciplinato (Nm 11,10-15). Dio allora gli suggerì: scegliti settanta persone che siano in grado di aiutarti; su di essi io farò scendere lo stesso spirito che si trova in te (Nm 11,16-18).

È a questo punto che inizia la nostra lettura.

Nel giorno fissato, i settanta uomini si riunirono nella tenda dove Dio era solito dialogare con Mosè, ricevettero lo spirito e cominciarono a profetizzare.

Ma lo spirito, inspiegabilmente e contro tutte le regole, si posò anche su due uomini che sono rimasti nell’accampamento e che sono mancati colpevolmente all’appello nella tenda. E questi si misero a profetizzare.

Un giovane corse a riferire il fatto a Mosè e lo stesso Giosuè, un personaggio eminente fra gli israeliti, chiese a Mosè di intervenire per farli smettere.

«Ma Mosè gli rispose: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”» (v. 29).

Meravigliosa la risposta di Mosè alla troppo zelante richiesta del giovane Giosuè: non bisogna imprigionare lo «spirito», pensando quasi di poterlo dominare e farlo camminare solo su certi binari, magari quelli che a noi sembrano più sicuri!

Il tentativo di «imprigionare» lo «spirito» racchiude in sé un doppio peccato: il primo contro Dio, di cui si vorrebbe arrivare ad avere una specie di controllo, lui che è il sommamente «libero»! Il secondo contro i fratelli, di cui vorremmo misurare la capacità di risposta alle iniziative di Dio secondo i canoni fissati da noi, quasi che fossimo i «dominatori» e non piuttosto i «servitori» degli altri.

Mosè è abituato ad altre prospettive: non ragiona in termini personali e utilitaristici, non è portato a consolidare i propri vantaggi e all’esclusione degli altri. Quando la prospettiva diventa comunitaria e ci si sente fratelli o padri, in qualche modo responsabili o corresponsabili degli altri, cambiano i colori della vita, si disegna un’altra geografia, si trovano ragioni e forza per superare gli steccati. Ponti, non muri, devono essere costruiti!

Riesce, invece, sempre più facile, perché più istintivo e meno impegnativo, mormorare che profetizzare, tracciare la segnaletica che aprire una strada, erigere barriere che isolano, anziché contorni che unificano.

Da questo episodio, gli animatori delle comunità cristiane possono cogliere un primo messaggio: per non sentirsi stremati ed esausti come Mosè, non devono essere degli accentratori del potere, ma devono corresponsabilizzare tutti i membri della loro comunità, condividendo con loro i compiti e i servizi da svolgere.

L’insegnamento principale però riguarda la condanna del fanatismo, dello spirito settario, esclusivistico (che è la degenerazione dello spirito).

Fanatico è colui che aggredisce chiunque non la pensa come lui o non appartiene al suo gruppo; è chi chiude gli occhi di fronte al bene che altri fanno, convinto che chi non sta con lui o non condivide le sue convinzioni e i suoi progetti sia malvagio e vada combattuto. Il fanatico è pericoloso perché, se non riesce a imporsi con le ragioni, è portato a far ricorso alla violenza.

La cura radicale è riconoscere che lo Spirito non può essere racchiuso dentro i confini di nessuna istituzione. Dio è libero di uscire dagli schemi e di suscitare ovunque il bene.

Allorché ci occupiamo ossessivamente di noi stessi, delle nostre cose, lo Spirito suscita alcuni «non autorizzati» con l’incarico di «scongelare», dissequestrare i suoi doni. Dove ci sono il bene, l’amore, la pace, la gioia, lì è certamente all’opera lo Spirito di Dio.

In conclusione, come per i beni terreni, anche per quelli spirituali, la regola valida non è l’appropriazione ma la partecipazione.

Foto: Jacob de Wit, Mosè elegge il Consiglio dei Settanta Anziani, 1737, Palazzo Reale di Amsterdam / wikidata.org

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