Il conforto della fede

Il conforto della fede
Don Oleksandr Bohomaz, sacerdote greco-cattolico

 

Il conforto della fede – «Ai cattolici
di tutto il mondo
voglio dire che Dio è più vicino
di quanto possiamo immaginare.
E poi vi chiedo di pregare
per il nostro popolo,
affinché possiamo
essere tutti testimoni
non solo delle rovine
ma di come Dio rinnova».

Sono le parole
che il sacerdote greco-cattolico
don Oleksandr Bohomaz,
34 anni,
sente di condividere
a quasi due anni dallo scoppio
del conflitto in Ucraina.

Per nove mesi
dopo l’inizio
dell’invasione russa
fino a quando
è stato espulso
dagli occupanti
accusato di
«incitamento
all’odio razziale
e interreligioso»,
don Oleksandr
ha continuato a servire
la comunità greco-cattolica
di Melitopol,
città al sud del Paese
occupata il 26 febbraio 2022.

***

Il conforto della fede – Come
molti ucraini, e non solo,
prima dell’invasione,
il sacerdote non credeva
che ci sarebbe stata la guerra.
«All’inizio
mi ponevo delle domande:
perché?
Cosa succederà dopo?
Siamo più peccatori degli altri?
Perché questo male
ha colpito proprio noi?
C’era disperazione…».

Non ha voluto però
perdersi nei pensieri,
don Oleksandr
e assieme ad altri parroci
si è messo in azione
per rispondere
alle sfide pastorali e umanitarie.

«Abbiamo continuato a lavorare
anche se era difficile.
Non sapevamo
quando sarebbero arrivati
a metterci un sacco in testa
e portarci via.
Sappiamo
che due sacerdoti redentoristi
di Berdiansk
(a 120 km da Melitopol)
sono in prigionia
da più di un anno
e non sappiamo nulla di loro.
Pensavamo
che sarebbe potuto accadere
anche a noi,
ogni giorno eravamo in ansia.
Era difficile distrarsi
in qualche modo o riposare.
Il riposo era nel lavoro,
nel servizio.
Nelle prime settimane,
in un momento di disperazione
ho chiesto a Dio:
“Signore, chi sono?
Cosa ci faccio qui?”
E la risposta
che ho ricevuto nel mio cuore
è stata che sono un sacerdote
e devo svolgere il ministero».

Il conforto della fede

«La cosa più difficile
durante l’occupazione
– ricorda ancora il sacerdote ucraino –
è stata vedere
come alcune persone hanno tradito
la propria patria per denaro
e sono diventati
collaboratori dei russi.
È stato difficile anche vedere
come tutti gli aggressori
che odiano la terra
in cui sono nato, cresciuto
e che amo così tanto,
l’hanno distrutta,
come hanno trattato le persone
come se fossero bestie.
Era come
un grande campo di concentramento…».

***

Il conforto della fede – Anche
gli interrogatori
sono stati molto difficili:

«Ai checkpoint russi
era molto brutto
– ricorda don Oleksandr – .
La domenica avevo sempre
una liturgia a Melitopol
e poi andavo nei villaggi,
e dovevo attraversare
alcuni posti di blocco.

Tante volte
mi maltrattavano verbalmente
ed era molto fastidioso.
A volte
mi sentivo moralmente violentato
e subito dopo
dovevo andare nelle parrocchie
dove la gente aspettava
di essere incoraggiata.

Ricordo che una volta
arrivai in una parrocchia
e dissi:
“Voi aspettate che io vi incoraggi,
ma io vi chiedo:
datemi voi un incoraggiamento,
pregate per me,
perché mi sento molto male dentro”.

Allo stesso tempo
non ho mai visto un sostegno reciproco
come quello che ho sperimentato
durante l’occupazione».

Il conforto della fede

Molte persone
che hanno attraversato
gravi sofferenze
dicono che,
per sopravvivere,
bisogna concentrarsi sul presente
senza pensare molto al futuro.

«La guerra mi ha insegnato
a focalizzarmi sul singolo giorno»,
dice padre Oleksandr.
«Bisognava vivere l’oggi
nel modo più efficiente
e produttivo possibile,
perché non sapevo
cosa mi sarebbe successo domani.

Già nel terzo
o quarto mese di occupazione,
mi sono accorto
che avevo smesso di sognare…
Ascoltavo molto le persone
che venivano a parlare con me
dalla mattina alla sera.
Poi pensavo:
Dio,
la giornata è passata
e non ho fatto nulla,
ho ascoltato tutto il giorno.
Ma anche questo è stato
un ministero importante».

***

Il conforto della fede – «Di solito,
dicevano quasi tutti la stessa cosa,
ma io dovevo ascoltarli
e poi
cercavo qualcuno tra miei amici
per parlare,
perché si accumulavano
tante cose in testa.

L’occupazione mi ha insegnato
a concentrarmi sul presente,
ad ascoltare la gente
ed apprezzare la loro presenza.
La sensazione
della presenza di Dio
era incredibile».

La mattina
del primo dicembre 2022
i militari russi sono venuti
da don Oleksandr Bohomaz
per la settima volta
e lo hanno interrogato
per circa tre ore.
Poi lo hanno portato a Vasylivka,
in uno degli ultimi checkpoint,
dove gli hanno comunicato l’espulsione,
accusandolo di «incitamento
all’odio razziale e interreligioso».

Il percorso
attraverso la zona di demarcazione
è durato circa tre ore.
Non è stato difficile fisicamente,
ma pericoloso:
in alto volavano proiettili,
il terreno era coperto di mine,
racconta il sacerdote.

Davanti a lui
c’erano le postazioni ucraine
e, alle spalle, la sofferenza
e al contempo
l’esperienza del sostegno umano
e della presenza di Dio.

Il conforto della fede

«Quando
stavo attraversando questa zona
– ricorda – ho pregato:
“Signore, non lasciarmi,
sei così vicino a me.
Ho paura di perderti.
Capisco che lì c’è libertà,
ma ti chiedo:
in quella libertà,
sii al mio fianco
come lo sei stato nell’occupazione”».

Ora don Oleksandr
svolge il suo ministero
in una parrocchia greco-cattolica
di Zaporizhzhia,
ma visita spesso anche i militari.
«Sacrificano le loro vite
perché io possa tornare a casa.

Parlo anche di miei amici
che sono caduti.

Ogni volta
che visito i soldati
che combattono nelle zone più calde,
vedo che sono
così traumatizzati dalla guerra
che è difficile
esprimere a parole l’orrore.
Non possono
e non vogliono parlare.

Quando vado lì,
prego:
“Gesù, non vado io,
ma sei Tu che ci vai.
Non celebro io,
sei Tu che celebri
e dici nella Messa:
Pace a voi”».

Svitlana Dukhovich, «Il conforto
della fede», in
“L’Osservatore Romano,
giovedì 22 febbraio 2024, p. 5.

Foto: Foto: Secondo anno di guerra
in Ucraina / valori.it

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