Giacinta Marescotti

Giacinta Marescotti (1585-1640) – Religiosa del Terzo Ordine Francescano

Giacinta Marescotti (al secolo Clarice) nasce nel castello di Vignanello (Viterbo)
il 16 marzo 1585, dal conte Marcantonio Marescotti e da Ottavia Orsini.

La famiglia, appartenente alla nobiltà locale,
sebbene vanti una discendenza antica,
(ama far risalire la propria origine ad un certo Mario Scoto,
leggendario scozzese alleato di Carlo Magno nella guerra contro i Saraceni)
proprio in quegli anni si trova in fase di ascesa ed espansione
grazie all’appoggio dei Farnese,
cui si lega grazie a una fortunosa politica matrimoniale.

Clarice cresce a Vignanello mentre vi si effettuano i lavori di miglioria
che daranno l’attuale impianto al castello
e all’ancor esistente giardino all’italiana.

All’età di nove anni è mandata nel monastero di S. Bernardino a Viterbo, dalle Clarisse,
dove già si trova la sua sorella maggiore Ginevra, per ricevere un’educazione.
È questo il primo impatto di Clarice col chiostro.

Il monastero dove trascorrerà gran parte della sua vita,
intitolato al santo senese
e appartenente fin dalla fondazione al Terz’Ordine francescano,
ha nei due secoli precedenti sviluppato un rapporto preferenziale
con la famiglia di Clarice, accogliendovi diverse donne dei casati Marescotti e Farnese.

Qui Clarice impara a leggere e scrivere
– anche se in maniera rudimentale,
visto che il ductus della sua scrittura appare trascurato e inelegante –
e conosce la disciplina monastica,
che pure vi si trova applicata con moderazione.

Dopo due anni di educandato,
viene tuttavia ritirata perché insofferente all’ambiente.

Ritornata a Vignanello, dove riceve la cresima,
vi trascorre otto anni, di cui non rimangono tracce documentarie,
durante i quali pare destinata al matrimonio.
Ma il padre,
secondo una logica non del tutto chiara anche per quei tempi,
anziché Clarice sceglie di accasare la terzogenita Ortensia,
che al contrario dimostra propensione al chiostro.

Grande è la delusione di Clarice
che reagisce rendendo la vita impossibile a genitori e parenti.
Da parte sua il principe Marcantonio costringe la figlia
a entrare nel monastero di San Bernardino dalle Clarisse.
Non si arrende facilmente la giovane.

Entra nel monastero delusa e corrucciata
e, dopo un anno di soggiorno, il 9 gennaio 1604 fa la vestizione,
prendendo il nome di suor Giacinta di Maria Vergine,
ma senza farsi monaca:
sceglie lo stato di terziaria francescana,
che non comporta clausura stretta.

Anziché vivere in una cella,
si fa arredare un appartamento nello stile delle sue stanze a Vignanello,
ed è servita da due giovani novizie.
Partecipa alle attività comuni, ma non è come le altre.
Lo sente, glielo fanno sentire.

Per quindici anni tira avanti così: una vita
«di molte vanità et schiocchezze nella quale hero vissuta nella sacra religione».
Parole sue di dopo.

C’è un “dopo”, infatti.
In seguito ad una grave malattia e alcune morti in famiglia,
Giacinta, che ha ormai 30 anni, entra in una crisi spirituale,
comprende che non conviene vivere di rancore
e repentinamente decide di cambiare.

Per Giacinta Marescotti cominciano
ventiquattro anni straordinari e durissimi, in povertà totale.
E di continue penitenze,
con asprezze oggi poco comprensibili,
ma che rivelano energie nuove e sorprendenti.

Dall’appartamento raffinato passa a una cella derelitta
per vivere di privazioni.

La sua vita è intessuta di preghiera e pratiche spirituali
(introduce a Viterbo la devozione delle quarantore dopo i tre giorni del carnevale
e l’esposizione del SS. Sacramento).

Sotto la direzione del padre Antonio Bianchetti, dell’Osservanza francescana,
manifesta da un lato quelle pratiche mistiche che accreditano una fama di santità
(divinazione, profezia, premonizione, estasi,
scrutazione dei cuori, imponderabilità del corpo);
dall’altro si impegna nella vita attiva,
costantemente oscillando fra un ideale monastico rigoroso e l’apostolato nel mondo.

Dopo un tentativo infruttuoso di trasferirsi
presso le clarisse riformate farnesiane di suor Francesca di Gesù e Maria
(che le fa visita nel febbraio 1631),
crea due confraternite laiche.

La prima, approvata dal vescovo di Viterbo Tiberio Muti (m. 1636),
è detta, dal nome della chiesa dove si riunisce, di S. Maria delle Rose,
o dei “Sacconi” (dal sacco che i confratelli indossano nel loro servizio),
ed è dedita alla cura degli infermi;
la dirige Francesco Pacini, un convertito di Giacinta.

La seconda, approvata dal cardinale Francesco Maria Brancaccio
e detta degli Oblati di Maria,
ha come missione la cura degli anziani,
pur essendo nata all’inizio con costituzioni che preconizzano quelle della Trappa,
in un’interessante trasposizione al maschile di clausura strettissima.

Da una sua lettera,
si ricava che nel 1631 Giacinta Marescotti ricopre nel monastero di S. Bernardino
la carica di maestra delle novizie;
mentre non risulta che sia mai divenuta badessa.

Giacinta Marescotti si segnala anche come stimolatrice della fede e maestra:
la si vede infatti contrastare il giansenismo nelle sue terre,
con incisivi stimoli all’amore e all’adorazione per il sacramento eucaristico.

Non sono molti quelli che la conoscono di persona.
Ma subito dopo la sua morte, avvenuta il 30 gennaio 1640,
tutta Viterbo corre alla chiesa dov’è esposta la salma.
E tutti si portano via un pezzetto del suo abito,
sicché bisogna rivestirla tre volte.

A Viterbo Giacinta Marescotti rimane per sempre,
nella chiesa del monastero delle Clarisse,
distrutta dalla guerra 1940-45 e ricostruita nel 1959.

Beatificata da Benedetto XIII nel 1726,
è proclamata santa da Pio VII nel 1807.

La festa di Santa Giacinta Marescotti cade il 30 gennaio
ed è compatrona di Vignanello insieme a San Biagio.

Foto: Domenico Corvi, Santa Giacinta Marescotti e Francesco Pacini, olio su tela, cm 60×43 (1783), Museo del Colle del Duomo, Viterbo / it.wikipedia.org

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