Ottocento

Ottocento – Infinito Ottocento, il canone della vita

Ottocento – Tre saggi mettono al centro
l’attualità dell’Ottocento
tutt’altro che “superbo e sciocco”
ma anticipatore di molti temi del Novecento:
dalla critica del potere alle questioni sociali.

Traina riporta alla luce Bini, Collodi, De Amicis,
Valera e Cena, esempi delle «contraddizioni dell’epoca».
Morace il “progressista” Berchet,
Mugno il lato oscuro dei boia siciliani.

In un articolo pubblicato nel 1981 su “La Nazione”,
che dà il titolo al volume Ottocento come noi (2003),
Luigi Baldacci si chiedeva del perché
di «tanto Ottocento» riversato sul mercato librario.
Per rispondersi così:

«Perché l’Ottocento, nonostante il futurismo,
nonostante le fratture avanguardistiche
del primo Novecento, non è mai finito.

L’Ottocento continua a essere il nostro secolo
per una ragione semplicissima
(anche se poco considerata):
ed è che ci consente di leggere poesia e romanzi,
di ascoltare musica e vedere quadri
secondo un rapporto di fruibilità
che non ha bisogno di mediazioni critiche».

Ecco dunque: se il Novecento delle avanguardie
resta un secolo autoreferenziale,
quando non autistico,
l’Ottocento invece continua a darci
«l’impressione di aver captato la vita»,
così da confermarsi come ultimo secolo
«contemporaneo di se stesso».

Ma c’è un altro fatto ancora più importante:
se si vanno a considerare certi temi che nel Novecento
sono poi stati messi all’ordine del giorno
come le sperimentazioni formali, il nichilismo
e la questione sociale, tra gli altri,

ci si rende subito conto
che l’Ottocento ci era arrivato prima e meglio:
Dossi e Imbriani rispetto a Gadda,
Leopardi a Cioran, Neera a Sibilla Aleramo,
il lucido e spietato De Roberto a Silone e Jovine,
mai usciti da un orizzonte populista.

Verità irrefutabili – e vitalità inesauribile del secolo
ingiuriato come «superbo e sciocco» –
che trovano pertanto ennesima conferma
in alcuni libri arrivati ultimamente in libreria.

Mi riferisco a Sguardi del potere
e sguardi sul potere nell’Ottocento italiano.
Studi su Bini, Collodi, De Amicis, Valera, Cena
(Rubbettino, pagine 140, euro 14) di Giuseppe Traina,

a Itinerario di Berchet.
Dal “Bardo” ai “Profughi di Parga”
(Edizioni Sinestesie, pagine 260) di Aldo Maria Morace

e a I carnefici di Sicilia.
Chi erano e come vivevano
i boia nell’Ottocento (Navarra editore,
pagine 160, euro 15) di Salvatore Mugno.

Traina mette al centro delle sue analisi
Manoscritto di un prigioniero (1833) di Carlo Bini;
Le avventure di Pinocchio (1883) di Carlo Collodi;
Cuore (1886) di Edmondo De Amicis;

i romanzi ‘sociali’ La folla (1901) di Paolo Valera
e Gli Ammonitori (1904) di Giovanni Cena,
«ormai semisepolti nelle ultime file
di discutibilissimi canoni letterari».

Quali sono i pregi di questi libri secondo Traina?
Innanzitutto «la viva appartenenza alla propria epoca,
alle sue contraddizioni più palpabili
e alle sue tensioni più segrete»,

libri perciò che, se letti senza preconcetti,
possono dunque rivelarsi «inattesi strumenti
per un’interpretazione demistificante
del gioco dialettico
che s’instaura tra potere e anti-potere».

Per non dire della loro forza anche «costruttiva»
(oltre che «demistificante»),
senza peraltro rinunciare
«all’inventiva letteraria
e alle specificità dello stile».

La prospettiva entro cui il critico
colloca il suo discorso
assume come tema cruciale
«lo sguardo del potere»,

là dove quello sguardo coincide
con una particolare sintassi di marca foucaultiana,
che muta – sto parlando
delle formidabili pagine di Carlo Bini –
a seconda che in giuoco,
sotto l’occhio del carceriere,
ci sia «Il Ricco» o «il Povero».

Sentite dunque:
«Gli equivoci incrostatisi sul profilo di Bini
sono il frutto, nient’affatto disinteressato,
delle testimonianze di chi, peraltro,
gli fu più vicino»,
come ad esempio Giuseppe Mazzini,
Domenico Guerrazzi e Giuseppe Giusti.

Sono parole che valgono
come una vera e propria dichiarazione di metodo
che ci confermano effettivamente il fatto -ancora
nel segno di Foucault – che quella di Traina
resta una vera e propria ermeneutica del sospetto
ad alta temperatura politica:

come si potrebbe del resto rinunciare – eppure
lo si è sovente fatto – a una lettura politica
di così politicamente incandescenti scrittori?

Quanto a Itinerario di Berchet.
Dal “Bardo” ai “Profughi di Parga”,
bisogna subito osservare
che si tratta d’un amore antico,

ma così soddisfacente
da richiedere dopo tanto tempo,
per così dire, un supplemento
in forma d’imprevista proroga.

Morace infatti, nel 1990,
s’era già premurato di studiare
in un saggio davvero precoce – scritto al fine di colmare
un vuoto che risultava come un’inspiegabile disattenzione –
Il primo Berchet
e la traduzione del «Curato di Wakefield».

Tredici anni più tardi s’era impegnato
a prendere in esame la fase successiva,
quella «della Lettera semiseria
e della collaborazione al “Conciliatore”».

Attualmente, a distanza d’un trentennio,
riemerge il bisogno di ritornare alle origini,
rivisitandole, al fine di inglobare quegli antichi risultati
«in un nuovo e sistematico quadro prospettico».

Se Giovanni Berchet fu il rappresentante,
tra i più compromessi
(si pensi infatti ai suoi anni d’esilio
e alla sua terminale esperienza parlamentare)
e attivi di un Ottocento progressivo e luminoso,

Mugno ci consente di sprofondarci
nel ventre osceno di quel secolo,
raccontandoci la vicenda secolare
dei boia meno pagati d’Europa,
quelli siciliani appunto,

la cui funzione pubblica si concluse a Palermo
nella piazza della Marina il 31 ottobre 1807,
con proroga eccezionale il 28 giugno 1817,
quando vi furono impiccati i pirati Nicola e Stefano Pitrè.

Ecco, a questo proposito:
«Il mestiere di carnefice non era tra i più facili
né, almeno in Sicilia, tra i più ambiti:
le autorità borboniche, quando occorreva procedere
all’individuazione e alla scelta del boia,
si imbattevano in un mucchio di intralci
e perciò dovevano percorrere procedure assai macchinose».

È, questo, l’inizio del capitolo
dedicato al reclutamento dei boia,

per un libro che,
al di là dell’ampia documentazione,
si segnala anche
per una felice disposizione narrativa
che alleggerisce a ogni pagina la gravità
(e la gravosità) d’una materia truce.

Ecco, allora,
le esecuzioni «con pompa e senza pompa»,
a seconda del rango del condannato.
O le pagine sull’arrivo della ghigliottina,
«un dispositivo costoso nei traslochi,
nella custodia e nella manutenzione».

E che dire inoltre delle trasferte dei carnefici
«in carretta e in piroscafo»
o di quel boia
che «chiede il congedo per ripugnanza»?

Massimo Onofri, «Infinito Ottocento, il canone della vita»,
in “Avvenire”, domenica 2 gennaio 2022, p. 22.

Foto: Francesco Hayez, I profughi di Parga,
ispirato all’omonimo poema di Giovanni Berchet,
1831, olio su tela, 201×290 cm, Pinacoteca Tosio Martinengo,
Musei Civici di Arte e Storia di Brescia, Brescia /
it.wikipedia.org

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