Mondine

Mondine

 

Mondine – Quattro cappelli?
No! Quattro mondine,
sotto a quattro cappelli.

Quattro mondine, addette al loro lavoro.
Al loro duro lavoro:
quello di mettere a dimora le piantine di riso.

Un lavoro duro e malpagato
che il fotografo ha colto
nella sua più cruda durezza.

Le donne,
sotto un sole implacabile,
godono dell’unico ristoro gratuito:
questi enormi cappelli.
Ma tutto il giorno
– salvo l’ora del pasto –
saranno li, curve: al lavoro.

***

Mondine – E non volontariamente,
ma per necessità.

E il «capo» – diritto, in piedi
come un principe despota –
a dare la voce,
appena qualche schiena si raddrizza,
negando un sia pur breve riposo.

«Giù, giù! Dai: giù, giù!»,
continuerà a urlare,
da mane a sera.

Ma non ha da urlare molto.
Le mondine sapevano assai bene
che c’era il rischio di essere licenziate:
c’era una lunga lista
in attesa di essere assunte.

Quindi, per una che va,
una ne viene:
non è un problema
né per il capo, né per l’azienda.

***

Mondine – Una vita dura,
davvero «interminabile»,
quella delle mondine.
Interminabile perché monotona,
perché faticosa,
e perché vissuta nel fango
e nell’umidità.

Una vita che è assai simile
a quella dei carbonai:
sempre sotto, sempre sporchi,
sempre tesi, sempre al lavoro.
E per letto un semplice giaciglio,
con una cesta di strame per materasso.

Così le mondine: una branda,
o dei castelli da esploratori,
dove le stanche membra non riposavano.
E il giorno dopo,
sempre più doloranti per l’umidità,
di nuovo al lavoro:
sempre uguale e sempre più duro.

***

Mondine – Quando penso
al cumulo di fatiche,
di sofferenze, di umiliazioni
che questo ingrato lavoro infliggeva
a quelle povere creature,

penso alla necessità
di trovare uno scopo, un fine,
un impiego per tutta questa fatica,
questa sofferenza.

Occorre,
come l’umile portatore di pietre
– della costruzione della cattedrale medievale –
che, richiesto di che cosa stesse facendo,
rispose: «Sto erigendo una cattedrale!».

Trovare uno scopo al soffrire, occorre.
Come aveva ragione la Weil a domandarsi:
«Perché non c’è mai stato un mistico,
operaio o contadino,
che abbia scritto sull’impiego
del disgusto del lavoro?».

La Weil non parla per sentito dire:
sa per esperienza diretta che cosa è
la catena di montaggio della Renault.

Perciò può dire ancora,
in «L’ombra e la grazia», a pagina 211:
«Il disgusto,
in tutte le sue forme,
è una delle miserie più preziose
che siano date all’uomo
come scala per salire».

***

Mondine – Perché, prendere
– in silenzio,
versando lacrime invisibili –
questa fatica, questa umiliazione,
questa stanchezza e poterla offrire,
segretamente, interiormente,
a quel Cristo che tutto capisce,

che ci è compagno
e vittima al nostro fianco,
perché Egli la unisca al suo sacrificio
e la offra al Padre comune,
per la redenzione del mondo,
è una cosa bella, nobile e grande.

***

Mondine – Una cosa
che ho largamente sperimentato in passato,
nei lavori più umili e crocifiggenti.

Una cosa che è possibile fare anche oggi.
Perché l’uomo non ha mai finito di offrire,
finché non ha finito di vivere.

Questa è la nostra offerta:
offerta autentica, vera,
che nasce dalle nostre viscere
e che, perciò,
può salire al cospetto di quel Dio
che ci è Padre.

In fondo,
è questa la nostra croce:
la croce del dovere quotidiano,
accettato e portato e offerto,
con amore.

Perché come dice Antoine Chevrier:
«Bisogna portare la propria croce.
Non si tratta solo di prenderla».
Questo è il punto!

Mio adattamento da
«Il Seme. Rassegna di brani scelti,
d’ogni paese e d’ogni tempo»,
n. 125 «La vita è interminabile»,
luglio-settembre 1991, p. 18.

Foto: Budrio. Mondine al lavoro
Aut. Ignoto /
corrierealtomilanese.comoro

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