L'altra faccia della moda

L’altra faccia della moda.
Il Ghana è sommerso dai rifiuti tessili
derivanti dal “fast fashion”
con gravi ricadute anche sull’ambiente

 

L’altra faccia della moda – Un brulicare
di bancarelle colorate,
traboccanti di vestiti
di seconda mano:
il mercato di Kantamanto,
in Ghana,
si presenta così.

Esteso su un’area di 20 ettari,
offre agli acquirenti
non solo capi d’abbigliamento,
ma anche borse e calzature usate
vendute a prezzi modesti
e quindi accessibili a tutti.

Il luogo è ormai famoso
anche al di fuori
dei confini nazionali,
tanto che diversi tour operator
vi organizzano visite guidate
per i turisti.

Quello che però
i turisti non vedono
è l’altra faccia della medaglia
di Kantamanto,
una faccia fatta di un pericoloso
inquinamento ambientale:
secondo la “OR Foundation”
– organizzazione no-profit ghanese
che si occupa di giustizia ambientale,
educazione e sviluppo della moda –
ogni settimana
arrivano su questo mercato
circa 15 milioni
di balle di indumenti
che vengono acquistate
dai commercianti
per un valore tra i 25
e i 500 dollari ciascuno.

Soprannominate, in gergo,
“Obroni Wawu” (ovvero “Abiti
degli uomini bianchi morti”,
perché sono dimessi per lo più
dal mondo occidentale),
le balle dovrebbero contenere
filati di qualità come cotone,
lino, lana.
Solo questi tessuti, infatti,
consentono un corretto riciclo
degli indumenti.

***

L’altra faccia della moda – In realtà,
circa il 40 per cento di essi
è troppo danneggiato
per essere venduto:
un effetto collaterale
del così detto “fast fashion”,
ossia della moda usa-e-getta
che mette in circolo
a poco prezzo
abiti di scarsa qualità
il cui ciclo di vita
è volutamente breve.

Di conseguenza,
ai rivenditori di Kantamanto
non resta che gettare
tutto ciò che è invendibile
in discariche a cielo aperto
che finiscono, a loro volta,
per inquinare l’oceano.

D’altronde il Ghana non ha strutture
sufficientemente all’avanguardia
per lo smaltimento di simili rifiuti.
Nonostante
l’Assemblea metropolitana della capitale,
Accra,
spenda circa 500.000 dollari all’anno
per raccogliere e smaltire
gli articoli inutilizzabili
del mercato di Kantamanto,
solo il 70 per cento di essi
viene trattato,
mentre il resto viene bruciato,
con conseguente
inquinamento atmosferico,
o buttato via,
danneggiando ulteriormente
l’ecosistema locale,
già di per sé fragile.

Le difficoltà di smaltimento
sono inoltre cresciute
dal 2019 in poi,
ossia da quando
la grande discarica di Kpone
è andata a fuoco
proprio a causa
dei vestiti usati.

L’altra faccia della moda

Ora le autorità locali
stanno studiando
la possibilità di costruire
un nuovo punto di raccolta
per i rifiuti, ma i costi
si aggirano intorno
ai 250 milioni di dollari,
senza contare
la compensazione
per i danni ambientali
già causati.

Basti dire, ad esempio,
che in alcune zone
delle spiagge di Accra,
la sabbia non si vede più,
tanto è coperta
da cumuli di tessuti.
E nel corso di un solo anno,
la “OR Foundation”
ha registrato e contato
2.344 “tentacoli” tessili,
ovvero ammassi aggrovigliati
di migliaia di capi di abbigliamento,
talvolta lunghi decine di metri,
lungo un tratto di costa
di 7 chilometri.

***

L’altra faccia della moda – Il problema
però non è solo ambientale,
ma anche sociale:
secondo l’Osservatorio
della complessità economica (Oec),
nel 2021 il Ghana è diventato
il primo importatore mondiale
di abiti di seconda mano.
Ogni mese, infatti,
214 milioni di dollari
di abbigliamento vengono spediti
nel Paese africano
soprattutto da Regno Unito,
Canada e Cina.
Questa attività ha creato, finora,
circa 5.000 negozi
con quasi 30.000 posti di lavoro.

Ma il costo “umano”
è altissimo:
secondo Liz Ricketts,
direttrice e cofondatrice
di “Or Foundation”,
i lavoratori ghanesi del settore
operano in condizioni
di estremo disagio,
per non dire di schiavitù,
costretti a lavare, tingere,
rammendare e stirare
gli abiti usati
prima di metterli in vendita.

A subire
le conseguenze più drammatiche
della “catena del riciclo”
sono le donne e le ragazze:
addette al trasporto degli indumenti
da un punto all’altro del mercato,
spesso sono minorenni
che rischiano ogni giorno
di soccombere sotto pile e pile
di abiti il cui peso
varia tra i 50 e i 100 kg.

L’altra faccia della moda

Tra le donne
che lavorano come facchine
ci sono anche molte madri
che portano con sé i propri figli,
i quali iniziano a lavorare
non appena compiuti i 6 anni di età.
Il tutto per un guadagno
davvero misero: ogni viaggio
per il trasporto di indumenti
viene pagato dai 30 centesimi
a massimo 1 dollaro.

Ben poco,
se si considera che,
nel Paese africano,
un litro di latte ne costa circa 2.
Senza dimenticare
che l’inquinamento
delle acque dell’oceano
danneggia il settore ittico:
«Nelle nostre reti
si aggrovigliano i vestiti
– spiega un pescatore,
Nii Armah all’agenzia Afp
e finiscono
per essere danneggiate,
mentre i pesci si allontanano,
insieme alla nostra fonte
di sostentamento».

«Stiamo implorando le autorità
di fare qualcosa», conclude.
Ma per ora
il loro grido è rimasto inascoltato.

Isabella Piro, «L’altra faccia
della moda», in
“L’Osservatore Romano”,
giovedì 22 febbraio 2024,
pp. 1.7.

Foto: Particolare del mercato
del “fast fashion” di Kantamanto /
osservatoreromano.va

Lascia un commento