La croce e l’albero della vita

La croce e l’albero della vita
«Aspettando Godot»
secondo l’anticonvenzionale rappresentazione
del regista greco Theodoros Terzopoulos

 

La croce e l’albero della vita – Uno
dei maggiori registi teatrali viventi,
il greco Theodoros Terzopoulos,
il cui metodo
di formazione degli attori
è diffuso nelle principali
accademie teatrali
di numerosi Paesi,
ha curato la regia di
Aspettando Godot di Samuel Beckett,
(la rappresentazione ha avuto luogo
il 17 febbraio al teatro
dell’Arena del Sole di Bologna ).

L’opera del drammaturgo irlandese
è considerata uno dei primi
e per certi versi
inarrivabili capolavori
del teatro dell’assurdo.

L’opera pubblicata nel 1952
e messa in scena l’anno successivo,
metteva a tema l’assurdità
della condizione dell’uomo,
evidenziata
nella altrettanto assurda vicenda
della seconda guerra mondiale,
con il suo tragico epilogo nucleare.

Nonostante questi riferimenti,
si tratta di un’opera senza tempo,
in quanto tocca alcuni snodi
della condizione umana di sempre.

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La croce e l’albero della vita
Tra questi la ricerca sofferta
di Godot, Dio, il personaggio,
apparentemente assente
dalla rappresentazione teatrale,
come nella vita di molti.

Non so
se intenzionalmente o meno,
l’allestimento di Terzopoulos
sovverte per molti aspetti
la rappresentazione convenzionale
del testo beckettiano.

Innanzitutto per l’uso magistrale
della scenografia che,
nelle arti visive,
è parte essenziale
dell’azione scenica
e non mero ornamento.

L’allestimento
del regista greco
inizia a scena aperta.
Gli spettatori
che entrano in teatro
per prendere posto
si trovano
davanti al palcoscenico aperto,
al modo che ricorda
certe rappresentazioni di
Sei personaggi in cerca di autore
del nostro Pirandello,
con al centro
un grande pannello quadrato,
diviso in quattro parti
da cui traspare una croce illuminata.

La croce e l’albero della vita

Davanti all’installazione,
al posto dell’albero
pensato da Beckett come essenziale
per tutta la rappresentazione,
un piccolo bonsai
illuminato da un faro.

In sottofondo
un debole suono di sirena,
del tipo usato
per allertare i cittadini
dell’imminente bombardamento,
suoni tornati di tragica attualità
nei conflitti dei nostri tempi.
L’intensità del suono
e lo spegnersi delle luci
segnalano
l’inizio della rappresentazione
senza soluzione di continuità
con l’entrata,
creando quell’effetto
di fusione di orizzonte
tra spettatore e recita
tipico del grande teatro.

Lentamente
si aprono i quattro pannelli
di cui è composta
l’installazione al centro del palco,
per lasciar spazio
ai due protagonisti principali
della vicenda:
Vladimiro e Estragone
(Stefano Randisi e Enzo Vetrano).

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La croce e l’albero della vita
Sono sdraiati
come se fossero in una tomba
e da quella posizione
reciteranno gran parte del testo.

I pannelli neri
che disegnano lo spazio teatrale
sembrano confermare
questa percezione.

È il nero della morte
che avvolge e condiziona
la vita degli uomini
che, come mendicanti,
cercano un senso
per tirare avanti:
«Allora andiamo? –
Andiamo», saranno
le ultime battute dei due.

I pannelli sono quadrati
e il quadrato è da sempre
nella simbologia
un’immagine del mondo terrestre,
segnato immancabilmente dal limite.
Un limite
che si tinge di sangue,
generato dalle lotte
e dalla sopraffazione
che gli uomini vivono.

Non a caso, al termine
del primo dialogo tra i due,
essi stessi cominciano
una sorta di danza con dei coltelli,
ripresa dall’entrata in scena,
sempre all’interno delle aperture
del pannello centrale,
di Pozzo
e del suo schiavo Lucky
(Paolo Musio
e Giulio Germano Cervi),
rivisitazione novecentesca
di taglio esistenziale
della dialettica descritta da Hegel
nella sua Fenomenologia
tra il servo e il padrone.

La croce e l’albero della vita

In definitiva, la domanda
su cui ruota tutta la rappresentazione
è se Godot c’è;
il suo arrivo differito
è continuamente riproposto
da un giovane messaggero
(Rocco Ancarola)
che, nella seconda apparizione,
non a caso
entra in una croce discesa dal cielo.

Aspettando Godot…
che forse non arriverà mai,
tant’è che i due protagonisti
progettano continuamente
di suicidarsi.

I simboli messi in campo
da Terzopoulos
sembrano paradossalmente
dire proprio il contrario.
Il Dio che non arriva
è il Dio prolungamento
dei nostri desideri,
quel Dio «tappabuchi»
di cui parlava Bonhoeffer,
è il Dio che viene
per risolvere i nostri problemi,
per colmare i nostri vuoti
al modo che noi abbiamo stabilito.

Questa attesa
è destinata alla frustrazione
perché questo Dio non c’è,
come una parte
della critica filosofica
del Novecento
ha messo in luce chiaramente,
da Marx a Nietzsche.

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La croce e l’albero della vita
Nella rappresentazione,
viene però messo in gioco
un diverso modo
di rendersi presente di Dio,
proprio attraverso il simbolo
così evidente e performante
della croce.
Non a caso,
è lei che disegna lo spazio
entro cui i protagonisti
si muovono
e che dà forma
a ciò che forma non ha,
e che sa accogliere
anche tutta la violenza
che gli uomini scatenano,
ben raffigurata
sia dai rumori di guerra
presenti nelle musiche
sia nella discesa di una linea
di coltelli insanguinati
che si viene a posizionare
proprio sulla verticale
della croce stessa.

È questo,
sembra dire Terzopoulos,
il vero albero della vita
che può dare senso
e accoglienza
a ogni ricerca umana,
destinata al fallimento
finché non si converte,
cioè finché non cambia
il proprio sguardo
e le proprie aspettative su Dio.

Marco Tibaldi, «La croce
e l’albero della vita», in
“L’Osservatore Romano”,
giovedì 22 febbraio 2024,
p. 8.

Foto: Aspettando Godot,
Theodoros Terzopoulos –
Foto di Johanna Weber
in emiliaromagnateatro.com

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