Caterina Labouré

Caterina Labouré – La grazia della carità

Caterina Labouré – Alla fine di gennaio 1831,
l’entrata dell’Ospizio d’Enghien
è al numero 12 di via de Picpus,
a Reuilly, nella zona est di Parigi.

Il cielo della capitale francese
è piuttosto grigio,
ammantato di nuvole leggere
ma colme di neve.
Una religiosa arriva davanti a questa struttura
voluta dalla famiglia d’Orléans:

è Caterina Labouré, delle Figlie della Carità,
la compagnia di suore sorta in Francia nel 1617,
fondata da san Vincenzo de’ Paoli.
Caterina Labouré arriva come di nascosto, in silenzio.
Si sente solo il rumore di una carrozza.

In questo luogo,
così lontano dal centro della città,
Caterina Labouré trascorre praticamente
quarantasei anni della propria vita,
fino alla morte,
servendo soprattutto i poveri del quartiere.

Ad essi infatti dona tutto.
Per le stradine, a chi incontra,
offre non solo pane ma anche parole di Vangelo.
Una missione vissuta totalmente nell’anonimato.

Eppure non è una suora come tante.
È infatti colei che ha visto la Vergine Maria
soltanto un anno prima, il 18 luglio 1830.

Quell’apparizione
fu la prima di altre due:
la Madre di Gesù le si presenta,
nella sua tenerezza infinita,
dapprima il 27 novembre
e poi nel dicembre dello stesso anno.

La storia di santa Caterina Labouré – della quale
è stata peraltro celebrata la memoria liturgica
lo scorso 31 dicembre –
e quella delle apparizioni mariane
hanno però uno scenario differente.

Nel cuore di Parigi,
nella centralissima Rue du Bac,
sorge la casa madre
delle Figlie della Carità:
Caterina vi era entrata il 21 aprile 1830,
già ventiquattrenne.

Si realizzava così il suo sogno nel cassetto:
il desiderio di abbracciare la vita consacrata
era nato in effetti fin dalla fanciullezza
e, seppur ostacolata dal padre,
ella era più che convinta
che il Signore l’avesse predestinata
a vestire l’abito religioso.

Non si sbagliava infatti.
Già dodicenne aveva fatto un sogno:
Vincenzo de’ Paoli la invitava
a entrare prontamente nella compagnia
delle Figlie della Carità.

A un santo non si può, beninteso, dire di no.
E così infatti avvenne.
Fu precisamente in quell’edificio,
che poi diverrà semplicemente
“la cappella di rue du Bac”,
che la suora francese
ebbe le apparizioni della Vergine.

Era precisamente la vigilia della festa
del santo fondatore, ossia il 18 luglio 1830.
Alle undici e trenta di notte
Caterina Labouré si sente chiamare per nome.

Un bambino misterioso,
bellissimo, le dice:
«La Santa Vergine ti attende».

È il primo incontro
con la Madre di Gesù.
Ma quello più famoso
è il secondo che darà poi vita
alla “medaglia miracolosa”.

Passano quattro mesi dal primo incontro.
È precisamente il pomeriggio
del 27 novembre 1830,
ore diciassette e trenta.

«O Maria concepita senza peccato
prega per noi che ricorriamo a Te»,
questa in effetti potrebbe essere definita
la frase chiave di quell’avvenimento.

Le lettere, scritte in oro,
si presentano a Caterina
in un ovale che compare
attorno all’apparizione della Madonna.

Poi, altri simboli: una croce
sormontata dalla “M” di Maria
e in basso, due cuori, l’uno
incoronato di spine,
l’altro trapassato da una spada

Caterina Labouré sente poi queste parole:
«Fai coniare una medaglia,
secondo questo modello.
Coloro che la porteranno con fede
riceveranno grandi grazie».
È ovviamente
la nascita della “medaglia miracolosa”.

Una vita avvolta totalmente nel silenzio
quella di santa Caterina Labouré:
quarantasei anni anzitutto di anonimato
nella periferia di Parigi
al servizio dei poveri.

La Vergine Maria
apparendo alla suora francese,
con le mani aperte dalle quali
sgorgavano luminosi raggi, le disse:

«Questi raggi
sono il simbolo delle grazie
che effondo sulle persone
che me le chiedono».

I poveri a Caterina
chiedevano pane
e le sue mani distribuivano
soprattutto la grazia della carità.

Antonio Tarallo, «La grazia
della carità. Santa Caterina Labouré»,
in “L’Osservatore Romano”,
martedì 4 gennaio 2022, p. 8.

Foto: Santa Caterina Labouré /
cmglobal.org

Lascia un commento