Poesia

Poesia. Bisogno vivo di poesia
Una reazione alla società massificata

Poesia. Perché non esiste più «il pubblico della poesia»,
per dirla con il titolo di una notissima antologia di Berardinelli e Cordelli,
pubblicata da Lerici, e semmai è sempre più un pubblico di poeti?

Sono passati ormai quasi dieci anni
da quando un critico intelligente e anticonformista come Stefano Lanuzza,
fornendo una guida dei poeti italiani, una sorta di ironico censimento,
ne elencava non so quante centinaia di migliaia o ancora più,
tentando di salvare il salvabile perfino di quel «sommerso»
che è la poesia pubblicata da piccoli o piccolissimi editori o stampatori.

L’intelligenza di Lanuzza consisteva appunto nel prendere atto,
sulla base dei testi, non sull’abbaglio dei grandi editori,
che la poesia, quasi acqua carsica, veniva fuori un po’ da tutte le parti,
e più dal sottosuolo che dal suolo,
più dal sommerso che dall’emerso e dall’emergente.

Ma, a parte i testi resi in qualche modo pubblici
(non dico pubblicati, che ha perso quasi il suo significato,
ma appena stampati), non si può ignorare che il fenomeno riguarda ormai
un numero ben maggiore di «poeti».

I quali, spesso, non leggono neppure un verso
di quel che scrivono i «colleghi» laureati
o comunque saliti, dal più al meno,
alla ribalta di una certa notorietà
(e chi oserebbe più parlare di «fama»?).

Non leggono ed hanno, bisogna pur dirlo, quasi sempre ragione di non leggere.
Essi, infatti, non trovano più nei versi di quei sedicenti o acclamati poeti
quel che, da lettori, hanno ragione di cercarvi: la voce dell’umano più umano,
«l’immagine dell’uomo e il suo grido» per dirla con un verso,
questo sì, molto pregnante di umanità, di William Butler Yeats.

Hanno voglia, i «veri» poeti, di lamentarsi. Inutile.
I loro lettori, stanchi di leggere vaghe alchimie di parole,
funambolismi verbali, elucubrazioni cervellotiche,
sperimentalismi già più volte sperimentati
da ben maggiori poeti del secolo scorso
o dell’inizio del secolo, non li leggono più.

Non solo, ma stanchi di questa «poesia»
eppure desiderosi di frequentarla in qualche modo,
si sono messi in proprio, come si dice, e sono diventati, loro, i poeti
che non riescono a trovare sul mercato.
Anzi, dire che per questi «poeti laureati» non c’è più mercato è quasi un pleonasmo.

In realtà il mercato stesso li rifiuta totalmente; e non solo il mercato,
perfino i librai più attrezzati a riceverli; e non più solo i librai,
ma i giornali che dovrebbero occuparsene e che preferiscono, invece,
accantonarli in attesa che, un giorno o l’altro, qualcuno più diligente di tutti,
qualche eroico lettore vada a cercare tra quelle montagne di carta
per scoprirvi l’oro nascosto fra tanta cartaccia.

Inutile aggiungere che, a rimetterci, in questa sorta di generale inquinamento,
sono, come al solito, i migliori in campo; non dico, s’intende,
quelli ormai affermati da tempo, saliti agli onori della cronaca
in un tempo più favorevole alla poesia, ma quelli appena emergenti o appena emersi
e subito anche travolti dalla marea degli arrampicatori e degli avventurieri.

Perciò il pubblico della poesia si è buttato a scriverla da sé
la poesia che manca e di cui sente la mancanza.
Perché, sì, la poesia non è un genere commestibile,
ma è un alimento fondamentale.

In qualche modo deve dirsi che non se ne può fare a meno.
Nasce dall’uomo e vive nell’uomo,
nella continua ricerca delle ragioni che lo fanno essere,
come diceva Umberto Saba, «uomo tra gli uomini».

Se la poesia si allontana dall’uomo, com’è accaduto in questi anni; se è vano tecnicismo;
o se dell’uomo è rimasto, come dentro molti versi di oggi, appena un simulacro,
peggio un manichino, insieme tragico e ridicolo, privo dei sentimenti
che lo fanno essere uomo, non c’è da meravigliarsi che il lettore
non legga più questa poesia disumanizzata e, anzi, la rifiuti e la cerchi altrove,
magari, appunto, dentro se stesso, nel proprio cuore e nella propria mente.

Ancora. Se la poesia sembra avvolgersi sempre più in se stessa, nella propria vuotaggine
auto-celebrativa, come accade nei versi di moltissimi poeti di oggi, cultori di vane muse,
non c’è da meravigliarsi che il pubblico la rifiuti e la sostituisca con la poesia
che sente salire dal cuore e si abbandoni in qualche modo al suo estro,
a ciò che ditta dentro e lo significhi in innumerevoli libretti clandestini,
in versi che girano di mano in mano, nel sottosuolo, e parlano in modo immediato
e diretto, non più conforme ai dettami della poesia ma a quelli del proprio cuore.

Non c’è da meravigliarsi di tanta poesia underground.
È un diluvio di versi che, se si potessero apparentare in un solo gruppo,
apparterrebbero al genere lirico, essendo per lo più espressione
e, volentieri, effusione dei propri sentimenti:
da quelli più familiari, più intimi, più scopertamente autobiografici
a quelli che rivelano una ricerca più ansiosa dentro il grande mistero dell’uomo,
del suo destino in terra, in vita e, dopo la vita, nel viaggio oltremondano.

Lirica, soprattutto, nel senso in cui ne parlava
(con ben altro rigore, s’intende!) Giacomo Leopardi,
definendola «espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo
e ben sentito dall’uomo»; espressione, pensava giustamente Leopardi,
autenticamente poetica, proprio perché aveva la sua radice,
per dirla agostinianamente, in interiore homine.

In realtà, tutti questi innumerevoli «poeti», veri poeti non sono
(non si dica quanto Leopardi, com’è ovvio, ma neppure come Leopardi),
almeno in senso tecnico: i loro versi non conoscono l’intermediazione letteraria,
non passano attraverso il filtro della letteratura.

Insomma: sta nascendo – è nata e si sta sempre più diffondendo –
una poesia in qualche modo antipoetica, che sembra rifiutare sempre più
e allontanare da sé ogni sospetto di «arte», di tecnica e mira ad essere
«espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dall’uomo»,
ma soprattutto indipendente da quel fare letterario che sembra essersi risolto,
ai loro occhi, in un vero e proprio attentato alle ragioni dell’uomo e della sua umanità.

Oggi la poesia sembra muoversi tra questi due poli estremi:
l’eccessiva letterarietà, da una parte, e l’obliterazione del letterario, dall’altra;
tra un tecnicismo quasi fine a se stesso e un’obliterazione sempre più diffusa dell’arte,
perfino dello stile, con assoluto privilegio dei sentimenti
(anche, sì, dei «buoni sentimenti» con i quali, si sa, non è possibile fare poesia,
quando non siano sostenuti da una tecnica adeguata ad esprimerli).

Si tratta di due mondi non comunicanti, due vere monadi, spesso ostili,
comunque inconciliabili almeno allo stato attuale.

L’estrema, apparente semplicità con cui la poesia può farsi
(bastano, diceva con feroce ironia Eugenio Montale, un pezzo di carta e una biro)
ha spinto e spinge il pubblico della poesia (una sterminata folla di professionisti,
studenti, casalinghe, impiegati di ogni ordine e grado ecc.) a entrare da sé,
spesso senza nessun mezzo tecnico che non sia il linguaggio codificato, antipoetico,
di ogni giorno, nel mondo della poesia per dirvi o per cercarvi quella verità dei sentimenti
che non trova nei versi dei poeti ufficiali.

E poiché tutti ritengono, per dirla ancora col Leopardi de «Lo Zibaldone»
di «aver quanto si richiede ,ad essere poeti», il numero dei poeti aumenta ogni giorno di più,
per soddisfare, evidentemente, un bisogno di poesia
che, nella società massificata di oggi, nella società post industriale,
sembra più che mai vivo e, anzi, perentorio.

Forse sta per realizzarsi – se già non si è realizzata in questo clima «romantico» –
l’utopia di Lautréamont: «La poesia dev’essere fatta da tutti non da uno».
Sta il fatto che «il pubblico della poesia» è ormai diventato un pubblico di poeti.
Prendiamone atto.

Angelo Mundula, «Bisogno vivo di poesia.
Una reazione alla società massificata»,
in “L’Osservatore Romano”, giovedì 23 marzo 1995, p. 3.

Foto: Raffaello Sanzio, «Allegoria della Poesia»,
affresco sul soffitto della Stanza della Segnatura ai Musei Vaticani:
raffigurata con un libro e una lira nelle mani,
è definita numine afflatur dalla scritta sorretta dai due putti ai lati,
che significa «è ispirata da Dio» / it.wikipedia.org

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