Michele Cecchini

Michele Cecchini, «E questo è niente»

Michele Cecchini. Il libro è ispirato a una storia vera.
Quella del padre dello scrittore,
Sergio Cecchini, allievo di Adriano Milani (1920-1986),
medico e fratello maggiore del più noto don Lorenzo,
battagliero come lui, assolutamente convinto della necessità
di restituire ai bambini tetraplegici la dignità di persone

Michele Cecchini. Non è vero che di disabilità si parla poco:
il punto, piuttosto, è che di disabilità si parla male,
con paternalismo, applicando parametri tarati
su mancanza, commiserazione, carità pelosa
Per questo motivo il romanzo di Cecchini
è una gran bella finestra spalancata su altro.
Diverte, commuove e arricchisce ma soprattutto ribalta il tavolo

Michele Cecchini. Chi ha scelto
l’ottica da cui guardare le cose?
Chi ha definito cosa sia normale e cosa no?
Perché dobbiamo sempre mettere
il nostro paradigma funzionalista al primo posto?

Con ironia, sostanza e grande saggezza ribalta il tavolo
E questo è niente di Michele Cecchini
(Torino, Bollati Boringhieri, 2021, pagine 144, euro 14),
uno dei romanzi più sorprendenti dell’anno
che si è appena concluso.
E non solo perché diverte, commuove e arricchisce.

Il protagonista è Giulio che,
a metà degli anni Sessanta,
vive in un piccolo borgo
della campagna toscana.

Accanto a lui, il nonno autoritario
(il dottore del paese),
la nonna che fa del suo meglio
(che spesso non coincide affatto con il bene),
il padre indolente,
la madre persa nel suo mondo.

Giulio ha 16 anni ma ne dimostra appena 7;
non parla, non si muove,
è assolutamente immobile
perché tetraplegico
a causa di un incidente alla nascita.

«Ho due braccia e due gambe
ma non funziona nulla.
A casa mi chiamano Coso
oppure Coso, lì.
“Lì” perché è facile sapere dove mi trovo,
così nessuno ha da cercarmi o da badare a me».

Nessuno si prende la briga
di comunicare con lui,
di parlargli davvero, di insegnargli.
E se è vero che molte cose non le capisce,
la sua situazione però gli è decisamente chiara:

«Mi avrebbero voluto diverso,
e questo è un tratto tipico dei normali,
che non gli vanno mai bene
quelli che hanno dintorno
e se potessero li andrebbero volentieri a cambiare».

Ma Giulio, semplicemente,
non ha tempo per vegetare.

Dal suo lettino infatti osserva, analizza
e rielabora i dati che riesce a raccogliere,
intercetta elementi e parole dalle conversazioni
o dagli sfoghi che coglie (perché i normali
parlano di qualsiasi argomento in sua presenza,
tanto Coso non può ripetere nulla di ciò che sente).

Intercetta e rielabora a modo suo,
interpreta le cose
dando loro un significato unico,
paradossale, letterale
ma sempre coerente con il contesto.

Incastrando le tessere,
crea un puzzle dall’angolo di mondo
in cui è confinato,
un puzzle però che è tutt’altro
che limitato o «infelice».

Raccontando di sé e della sua famiglia,
Giulio è molto lucido nel ritrarre gli strampalati normali
perennemente arrabbiati, frustrati, lamentosi,
con sempre qualcosa che non va;
quei normali così limitati
nel loro definire infelici i tetraplegici
«come se la felicità dipendesse dagli spostamenti».

Mettendo bene a fuoco
«gli esseri più misteriosi e più scontenti di tutti»
a opera di chi, secondo i parametri usuali, normale non è,
la conclusione a cui Giulio giunge
è «di essere l’unico della famiglia a non avere guai».

Perché la vera differenza tra lui e loro
è che Giulio sembra essere il solo
a volerla «respirare tutta», a pieni polmoni, questa vita.
Una vita che a lui – «Coso infelice» – piace molto,
nonostante tutto.

«Se non lo avessi sentito dai normali,
io non mi sarei mai sospettato di infelicità.
Ma davvero non è così.
I normali sono contenti solo a tratti,
tipo quando è il giorno in cui sono nati,
oppure il Natale o il giorno dello sposalizio.
Allora fanno le feste.

Per me la ricorrenza invece è ogni giorno.
Sarà per questo che noi tetra campiamo di meno:
perché ci giochiamo più in fretta la nostra dose di felicità».

Copertina di Michele Cecchini, E questo è niente, Bollati Boringhieri, Torino / bollatiboringhieri.it

Poi, improvvisamente, per Giulio
si aprono le porte di un mondo nuovo e inaspettato.

Avviene grazie a un medico alla rovescia,
uno che in un’epoca in cui
le persone con disabilità vengono recluse in casa
o nascoste per la vergogna,
gira per i paesi proprio alla ricerca
di quei piccoli pazienti invisibili.

Un medico che vuole metterli al centro perché, forse,
per quel mondo alternativo immaginato da Giulio
ci potrebbe davvero essere spazio nella realtà.

(«Il dottor Adriano l’ho conosciuto al volo,
appena arrivato,
e mi ha spiegato per filo e per segno tutto quanto.
Senza dirlo tra sé e sé, ma proprio a me,
perché l’ha capito subito
che ci ho una corteccia niente male»).

E questo è niente è ispirato a una storia vera.
Quella del padre dello scrittore, Sergio Cecchini,
allievo di Adriano Milani (1920-1986),
medico e fratello maggiore del più noto don Lorenzo,
battagliero come lui, assolutamente convinto della necessità
di restituire ai bambini tetraplegici la dignità di persone.

E così nel 1966,
seguendo l’esempio del suo maestro,
Sergio Cecchini apre a Lucca, in piazza San Pierino,
un Centro per bambini con paralisi cerebrale infantile.

Tutto questo confluisce
nel sorprendente romanzo di Michele Cecchini.
Un romanzo dalla scrittura insieme poetica e diretta,
lieve e dura, ironica, scanzonata e cruda
che ci porta, senza retorica,
nell’universo di chi non parrebbe avere voce.

Perché essere immobili è compatibilissimo
con l’avere una vita piena, felice, ricca, sorprendente.
Fatta di delusioni e ferite, certo,
ma anche di gioie, sorprese e sogni – come tutti, più di tutti.

E se nel mondo che conosciamo (perché gli anni Sessanta
e il loro modo di intendere la disabilità, purtroppo,
sono meno distanti di quanto vorremmo)
per Giulio non pare esserci posto,

ecco che allora lui – rimandando con decisione
il pietismo al mittente – se ne costruisce,
con semplicità, logica e ironia, uno tutto suo.

Non è vero che di disabilità si parla poco:
il punto, piuttosto,
è che di disabilità si parla male – con paternalismo,
applicando parametri tarati su mancanza,
commiserazione, carità pelosa.

Per questo il romanzo di Michele Cecchini
è una gran bella finestra spalancata su altro.
Diverte, commuove e arricchisce
ma soprattutto ribalta il tavolo.
Ne abbiamo bisogno,
immobili come siamo,
noi a cui tutto parrebbe funzionare.

Giulia Galeotti, «Chi ha scelto l’ottica da cui guardare le cose?
“E questo è niente” di Michele Cecchini», in
“L’Osservatore Romano”, martedì 4 gennaio 2022, p. I.

Foto: Henri Matisse, La finestra aperta a Collioure,
1905, olio su tela, cm 55,3×46, Washington, National Gallery of Art /
analisidellopera.it

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