Imparare

Imparare – Commemorazione di tutti i Defunti

 

Imparare. È difficile dare ordine ai propri pensieri
in circostanze come questa.
Anche perché, più che di pensieri,
si tratta di turbamenti, emozioni, passioni
che confusamente si affollano
e occupano il nostro mondo interiore.

Siamo qui per commemorare
e suffragare tutti i fedeli defunti,
ma anche al fine di imparare.

Imparare, prima di tutto,
che non è sufficiente suffragare i defunti
una volta all’anno,
ma vanno suffragati sempre:

se ci hanno fatto del bene,
come segno di riconoscente affetto;
se ci hanno procurato qualche amarezza
ovvero del male,
perché il Signore li perdoni e li purifichi.

Imparare che dobbiamo volerci bene da vivi,
rispettarci, aiutarci.
Perché è una stridente stonatura
trattare male qualcuno in vita
e ornare con fiori la sua tomba da morto.

Imparare a rispettarci,
se non proprio a volerci bene,
in questa vita,
perché poi è tardi per farlo.

Imparare a calibrare il nostro giudizio su Dio.
Frequentemente siamo a fargli il processo
perché lascia vivere chi uccide,
non paralizza il piede di chi fa violenza,
non taglia la mano a chi ruba.

Ci arrabbiamo con il Signore
perché permette che tutto fili liscio
agli operatori di iniquità
e che tutto, invece, proceda storto
alla gente onesta e buona.

Dovremmo avvertire, pertanto,
che il nostro è un modo sbagliato di pensare;
tanto più che, riflettendoci bene,
neppure noi siamo senza peccato
e, nonostante questo, ci sopporta e ci ama.

Imparare a credere che il male nel mondo
non nasce da Lui,
ma dall’uso sbagliato
che facciamo della nostra libertà.

Infatti, Lui non ha mandato nel mondo
il suo Figlio al fine di condannare,
ma al fine di chiamare alla conversione.

D’altra parte, se aumenta il buio sulla terra
non è anche colpa delle stelle
che si sono stancate di fare luce?
Se cresce il male
non è anche colpa dei buoni
che si eclissano
e si adeguano passivamente al male?

Imparare che Dio non è il creatore
di questo mondo di lacrime e di sangue,
di questo mondo in cui tutto è destinato a perire.

Dio è innocente!
Dio non è affatto nella morte
e neppure nella sofferenza o nel male.

Il male esiste nel mondo contro Dio
e nonostante Lui.
Dio non è mai all’origine del male;
anzi, egli, non solo sta a fianco delle vittime,
ma è la prima vittima stessa del male.

Imparare che l’amore di Dio per noi
è simile all’amore di una madre per il figlio amato.
È un amore di identificazione
che assume il colore di tutti gli stati del figlio.

In Dio c’è quindi dolore,
come c’è amore.

Non un dolore che lo distrugge,
che lo priva di qualche cosa,
ma un dolore di identificazione
con l’essere amato,

al punto che si può dire
che tutto ciò che colpisce l’uomo:
l’agonia, il dolore, la malattia, la solitudine,
la disperazione, il peccato,
tutto questo Dio lo sopporta per noi, in noi,
prima di noi, più di noi.

Diciamo talvolta: “Dio permette il male”.
No, Dio non permette mai il male;
ne soffre, ne muore,
è il primo a esserne colpito
e, se c’è un male,
è perché Dio ne è la prima vittima.

Imparare a credere
che ai nostri “perché?”
(“perché la sofferenza?”, “perché la morte?”)
solo Dio è in grado di rispondere,
non fornendoci una risposta
ma una presenza:

“Non sono venuto al fine di spiegare,
a dissipare i dubbi con una spiegazione,
ma al fine di colmare,
cioè a sostituire con una presenza
il bisogno stesso della spiegazione”.

Il Figlio di Dio, infatti,
non è venuto a distruggere la sofferenza,
ma a soffrire con noi e per noi.

Non è venuto al fine di distruggere la croce,
ma al fine di stendervisi sopra.
Tra tutti i privilegi dell’umanità
ha scelto precisamente questo
e, stando dalla parte della morte,
ci ha insegnato che quello era il cammino
verso l’uscita e la possibilità di trasformazione.

Imparare
che la nostra vita quaggiù
è un dono di Dio,
ma non l’unico.

Siamo suoi figli
e siamo destinati a una vita piena,
vera ed eterna:
la vita dei figli di Dio e con Dio.

Di questa vita eterna,
dobbiamo ammetterlo,
noi conosciamo ben poco.

Lazzaro
che è tornato dalla dimensione dell’oltretomba,
non ha saputo o voluto confidare nulla.
Gesù stesso si è limitato a qualche immagine
parlando di posti preparati,
di banchetto, di festa nella casa del Padre.

A pensarci bene, però, è comprensibile
che permanga questo spessore di mistero.
Se è vero che la vita futura
vuol dire inoltrarsi
e immergersi nella vita stessa di Dio,
non può che essere inesprimibile
come inesprimibile è il mistero di Dio.

Imparare a credere,
nonostante quanto appena detto,
che la vita eterna
non sarà una vita mortificata o ridotta,
ma una vita che supera di gran lunga
ogni esperienza più bella.

Imparare a credere che la vita eterna,
proprio perché è un’immersione
nella vita stessa di Dio,
avrà il carattere di una perenne novità.

Sarà un progredire incessantemente
nella verità e nell’amore,
un conquistare e un ricercare,
passando di cominciamento in cominciamento,
senza che mai questa avventura beatificante
possa esaurirsi.

Imparare a esorcizzare l’ombra
che può offuscare la contemplazione
della vita futura,
quell’ombra che si addensa tutte le volte
che ci capita di incontrare
o sentire parole come giudizio e castigo eterno.

Sono principalmente due i motivi
che ci permettono di sfatare quest’ombra.

Il primo che Dio è Padre.
È una verità che non deve essere mai dimenticata.
La più grave offesa che possiamo fare a Dio
è di pensare che Egli possa essere vendicativo e crudele.

Il Dio delle minacce e delle paure
non è il Dio di Gesù Cristo.
Il Dio di Gesù Cristo
è il padre della parabola
che accoglie con grande festa il figlio perduto.

Come potrebbe Dio, che è Padre,
volere la sofferenza di un figlio
che, al termine della vita,
si presenta davanti a Lui fragile
e inerme come un bambino?

Il secondo motivo di fiducia
è dato dalla solidarietà che esiste
tra i nostri fratelli e sorelle
che ci hanno preceduti
nelle regioni dell’infinito e dell’eterno
e noi che ancora camminiamo
come pellegrini verso la meta.

Dalla sponda dell’invisibile
essi ci mandano silenziosi messaggi
per orientare il nostro cammino
e noi, a nostra volta,
possiamo aiutarli
nel loro consegnarsi alla misericordia di Dio.

Questa grande solidarietà
che, nel linguaggio della Chiesa
prende il nome di «comunione dei santi»,
è ben significata da quei piccoli cimiteri
che in certi paesi, soprattutto del nord Europa,
si stringono attorno alla chiesa, per cui si passa
attraverso le tombe per entrare in chiesa.

È un’immagine ricca di suggestione simbolica.
Si va a Dio, passando attraverso la morte.
Ci si presenta all’altare di Dio
facendo memoria dei nostri morti
e accompagnati dai nostri morti.

Proprio come facciamo ora nell’Eucaristia,
dove il punto di raccordo tra noi e loro
è il Cristo morto e risorto per tutti.

Foto: Grotta Kameiwa,
si trova nella città di Kimitsu
nella prefettura di Chiba,
vicino a Tokyo, Giappone /
br.pinterest.com

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