Herbert Marcuse

Herbert Marcuse

Poco prima della guerra, uno scrittore-giornalista che non molti ricordano, Filippo Burzio pubblicò un libro su «Il Demiurgo e la crisi occidentale» che, a suo tempo, fece impressione nei soliti ambienti «culturali» perché, in definitiva, non riconosceva al «sistema» e agli «ideali» che lo animavano alcuna capacità di rinnovare la civiltà occidentale, già in crisi evidente. Non che lo dicesse in modo aperto; ma nell’indicare rimedi che, a parer suo, erano i soli che potessero guarire i mali dell’Occidente, lo faceva capire.

La tesi del libro, più o meno, era questa: la civiltà cosiddetta occidentale, cioè borghese e liberale aveva tre fondamenti: lo spirito critico, il capitalismo, lo spirito scientifico. La prevalenza di un fattore – nella fattispecie lo spirito critico – sugli altri, ha corroso lo slancio vitale dell’Occidente, il quale potrà recuperarlo se saprà darsi una nuova ragione di vita che soddisfi le attese umane. Una tale conquista, secondo Burzio, non può venire che da un rinnovamento interiore, da un nuovo spiritualismo da lui indicato simbolicamente nel Demiurgo: una realtà che nel tipo umano congiunga universalità, distacco, «magicità».

Tanto per intendersi meglio non sarà male ricordare, forse, che in Platone il demiurgo è la Ragione divina, la quale dà forma al mondo, ordina la materia preesistente, dandole un moto circolare e un’anima; dotandola, infine, del tempo. E tutto ciò con lo sguardo fisso al Bene supremo perché il mondo sia sempre più simile al suo Esemplare eterno.

Lo scrittore piemontese, morto nel 1948, esprimeva bene un’attesa che era nell’aria. Nell’Occidente, specialmente nell’immediato dopoguerra non pochi pensarono che il demiurgo potesse identificarsi nel comunismo, salvo a ravvedersi più o meno lentamente per cercare altrove alimento alle loro attese. In questa prospettiva sono abbastanza spiegabili le fortune – forse superiori ai meriti effettivi – che di quando in quando toccano a «maestri di vita» che, con qualche efficacia, magari in sede accademica, ammaestrano le generazioni nuove cercando di dare un nome alle loro inquietudini profonde e, anche, in casi estremi, suscitandole dalle frustrazioni di una vita senza scopo, inutile e quindi indegna d’esser vissuta.

Uno di questi «demiurgi», magari presuntivo, è morto pochi giorni or sono in Germania, dov’era ospite; e tutta la stampa quotidiana nonché periodica ha fatto a gara per illustrarne la figura, la personalità, i meriti. Si tratta di Herbert Marcuse, emigrato nel 1934 dalla Germania, dov’era nato, per via delle leggi antiebraiche e trapiantato negli Stati Uniti dove varie università se lo sono conteso, visto che ha tenuto cattedra alla Columbia, a Harward, a Boston e, infine, a San Diego, in California.

In gioventù Herbert Marcuse aveva studiato a Friburgo sotto Heidegger, non insensibile, peraltro, a Freud e alla fenomenologia di Husserl. Poi quando Max Horkheimer assunse la direzione della Scuola per la ricerca sociale, a Francoforte, fu, con lui e Theodor W. Adorno, l’espressione più significante di quella scuola detta per l’appunto di Francoforte, che ebbe nel mondo una notevole influenza e, in certo modo, fu il campione cui si ispirarono iniziative del genere d’altri paesi, più casalinghe e provinciali se si vuole, ma forse più pericolose perché demolivano e «sventravano» in società non ancora troppo degradate e vicine alla civiltà cosiddetta contadina.

Dopo la guerra Horkheimer e Adorno, migrati con lui oltreoceano, se ne tornarono a casa; Herbert Marcuse, invece rimase negli Stati Uniti ben felice, come si è visto, di conservare l’esemplare, cui più tardi – in mancanza d’altra spiegazione plausibile – fu attribuita la paternità della contestazione del 1968.

Il Tempo (Roma 31-7-79) ha dedicato una pagina intera a spiegare qualmente Herbert Marcuse sia stato un «profeta» tra virgolette; o, anche, come nasce un «mito», sempre tra virgolette. Poche righe di Augusto Del Noce però sono di Herbert Marcuse un ritrattino somigliantissimo:

«Il successo di Herbert Marcuse presso un larghissimo pubblico fu dovuto a un libro dal titolo eccezionalmente ben trovato. L’uomo a una dimensione; in esso gli aspetti nuovi dell’alienazione nella società tecnocratica e la riduzione dell’uomo alla dimensione economicistica vi venivano descritti con grande precisione. Però Herbert Marcuse l’interpretava alla luce di una filosofia che, originariamente marxista di tipo hegeliano (il suo libro Ragione e rivoluzione è del 1941), si era successivamente spostata verso una combinazione marx-freudiana, svolta soprattutto nel libro Eros e civiltà. La società tecnologica vi appariva come l’esito ultimo del principio repressivo del Logos; l’esito di una tradizione cominciata da Platone. Per questa via la proposta di Herbert Marcuse appariva non oltrepassare i limiti di una liberalizzazione sessuale, di un ’’ritorno alla natura”, presentato per di più in termini romantici, e molto imparentato a un irrazionalismo corrente negli anni tra il 1920 e il ’30. La fortuna di Herbert Marcuse, sotto questo riguardo, cedeva rispetto a quella di Reich».

«L’assenza di una posizione costruttiva, la difficoltà di amalgamare le sue idee con quelle di altre correnti di pensiero, e altresì la netta inferiorità rispetto ad altri pensatori della stessa Scuola di Francoforte come l’Adorno, l’Horkheimer e il Fromm, hanno fatto sì che ormai ci si ricordi di Herbert Marcuse quasi soltanto come di un pensatore legato agli inizi della contestazione (che peraltro rappresentò in gran parte una banalizzazione del pensiero di Herbert Marcuse); agli inizi di un processo che poi aveva comunque proceduto per suo conto. Non si deve dimenticare che tuttavia almeno due opere di Herbert Marcuse, Ragione e rivoluzione e L’uomo a una dimensione contengono ancora degli stimoli utili alla riflessione».

È difficile dire se Herbert Marcuse credette di avere una vocazione demiurgica o profetica come altri delle sue stesse lontane origini spirituali: basti pensare a Marx. È malinconico pensare, però, che per ricordarsi di lui, a dieci anni dal ’68 ruggente, bisognava che morisse.

LECTOR (a cura di), «Il demiurgo dimenticato», in “L’Osservatore della Domenica”, Supplemento al n. 184 del 12 agosto 1979 de “L’Osservatore Romano”, p. 2.

Foto: Olivo secolare, Ostuni (BR) / agriturismosalinola.com

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