Geremia

Geremia pronuncia l’oracolo, ascoltato nella I Lettura, verso la fine del VII secolo a.C., in un momento sociale e politico molto difficile.

Geremia aveva riposto molte speranze nel giovane re Giosia che pareva essere stato suscitato dal Signore per riunire le tribù disperse d’Israele. Ma, in un’infausta battaglia nella pianura di Meghiddo, questo re pio e saggio muore tragicamente.

Al trono sale suo figlio, Ioiakìm, un imbelle, un corrotto, amante del lusso, che non si interessa dei poveri, pensa a costruirsi splendidi palazzi, non paga gli operai, commette angherie e permette che nei tribunali vengano puniti innocenti e assolti colpevoli.

Politicamente è un inetto: si allea con l’Egitto e compie l’insensatezza di sfidare l’impero babilonese che è all’apice della potenza. Nabucodònosor lo affronta e lo sbaraglia. Dopo pochi Mesi Ioiakìm muore, probabilmente assassinato dai suoi oppositori politici.

Gli succede il figlio che è subito fatto prigioniero da Nabucodònosor e sostituito con un altro figlio di Giosia, Mattania, cui viene imposto il nome di Sedecia.

La situazione non migliora perché Sedecia manca di personalità ed è circondato da consiglieri dissennati che lo incitano a riprendere le armi contro Babilonia. È la rovina. Gerusalemme è ridotta a un cumulo di macerie e il popolo è deportato in terra straniera.

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È in questo contesto storico che va collocato l’oracolo di Geremia, proposto nella I Lettura di oggi.

L’esordio (v. 1) è costituito da un’inappellabile condanna, da parte del Signore, dei capi politici che, a eccezione del pio Giosia, si sono dimostrati infedeli a Dio e insensibili alle parole dei profeti. Sono paragonati a pastori che, invece di essere premurosi e attenti ai bisogni del gregge loro affidato, lo stanno conducendo alla rovina.

Non è la prima volta che Geremia impiega questa immagine; lo ha già fatto altre volte e sempre per deplorare l’operato delle guide del popolo: «I pastori sono diventati insensati, non hanno ricercato il Signore; per questo è disperso tutto il loro gregge» (Geremia 10,21).

Ora che la situazione si e fatta più drammatica, il Signore ricorre alle minacce: Guai a voi! Vi chiederò conto delle vostre azioni (vv. 1-2).

Dopo questa sentenza di condanna contro i capi, Geremia si rivolge al popolo scoraggiato, senza guida e cerca di rianimarlo. Un motivo di speranza c’è: Israele non appartiene a nessun re umano, anche se i sovrani indegni l’hanno fatta da padroni; il gregge è di Dio, egli si prenderà personalmente cura delle sue pecore e le ricondurrà nella loro terra, nei pascoli dai quali sono state strappate con la violenza (vv. 3-4).

Per consolare Israele, Geremia non si limita al futuro immediato, annuncia ciò che il Signore farà in tempi ancora più lontani: susciterà nella famiglia di Davide un germoglio giusto, un re saggio che eserciterà il diritto e la giustizia su tutta la terra (vv. 5-6).

Geremia spera, probabilmente, nella provvidenziale comparsa di un nuovo sovrano, capace di riportare il regno allo splendore che aveva al tempo di Davide e Salomone. Ne annuncia anche il nome. Si chiamerà Signore-nostra giustizia, in ebraico Ja Sidqénu, un’evidente allusione a Sidqíja, Sedecia l’inetto sovrano in carica che non ha garantito la giustizia né protetto il suo popolo.

La profezia si è adempiuta, ma non secondo le aspettative umane; Dio ha superato ogni attesa. Il pastore promesso non ha restaurato un regno di questo mondo, non ha concesso la prosperità soltanto a una nazione e non ha assoggettato gli uomini con la forza delle armi.

Il pastore, il figlio di Davide promesso, oggi lo possiamo identificare: è Gesù di Nazaret, è lui lo Ja Sidqénu, il Signor nostra giustizia, perché ha dato inizio a un regno di pace e giustizia, non imponendosi con la forza delle armi, ma cambiando i cuori. Il suo regno, apparentemente senza futuro perché sprovvisto di quei supporti in cui gli uomini ripongono le speranze di successo, è invece destinato a estendersi su tutta la terra e a durare per sempre.

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Trasferiamo questo oracolo di Geremia ai nostri giorni.

Interessante il gioco di parole – tutt’altro che divertente, però – cui ricorre Geremia per denunciare le inadempienze dei pastori: «non vi siete occupati» delle pecore»; Dio «si occuperà» di voi e delle vostre malefatte.

Il verbo ebraico significa, letteralmente, far conto, rendere conto.

Lasciamo stare le colpe specifiche dei capi: interesse personale, sfruttamento del gregge, volontà di potenza, abusi di vario genere, defezione al momento del pericolo…

Resta una colpa fondamentale: trascurare le persone.

È un rischio sempre attuale. Ci si occupa e preoccupa di tante cose – per il bene del gregge, almeno nelle intenzioni – ma si omette l’occupazione principale: l’attenzione alle singole persone.

Un ministero essenziale è quello dell’attenzione, e un dovere primario è quello di «farsi trovare».

Troppi pastori, oggi, risultano perennemente indaffarati, affannati, perfino esagitati, “presi” da una molteplicità di compiti, strangolati da mille impegni. Per cui non riescono a dare alle loro comunità la cosa indispensabile: se stessi.

Occupati in svariate attività pastorali, indisponibili per quell’occupazione assai costosa che consiste nel “dare tempo” agli altri, ascoltarli, interessarsi ai problemi e alle vicende dei singoli.

A furia di lavorare per il gregge, si finisce col perdere di vista le pecore.

Non viene il dubbio che, in certi casi, il lavoro più importante possa essere proprio quello di «perdere tempo»?

Foto: Il profeta Geremia, decorazione musiva parietale, sec. VI (540-547), Basilica di San Vitale, Ravenna / bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

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