Ezechiele

1. Ezechiele deve avere una trentina d’anni quando, nel 597 a.C., è deportato a Babilonia assieme e all’ultimo re della dinastia di Davide e agli uomini validi (falegnami, fabbri, persone istruite). Conquistato Gerusalemme, Nabucodonosor, infatti, lascia nel paese solo la gente povera, tutti gli altri li porta con sé (2 Re 24). Tra questi esiliati, cinque anni dopo, Ezechiele comincia il ministero profetico, divenendo, al tempo stesso, la guida morale e spirituale dei deportati. L’inizio del suo ministero profetico, tuttavia, è tutto in salita, come testimonia, in modo succinto, la I Lettura di oggi.

2. Mentre è prostrato per terra, Ezechiele ode una voce che gli ingiunge: «Alzati! Ti voglio parlare» (Ez 2,1). Subito sente uno spirito, una forza nuova e misteriosa che penetra in lui e lo solleva in piedi. La voce continua: «Figlio dell’uomo, ti mando agli israeliti… figli testardi e dal cuore indurito; tu dirai loro così: dice il Signore Dio» (vv. 2-4). Dio, comunque, non garantisce il successo: «Ascoltino o non ascoltino… Sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro», ossia che il Signore, come un padre, continua ad amare e a prendersi cura del suo popolo. Non lo abbandona e, anche quando pecca e si rende responsabile della propria sventura, non gli lascia mancare la sua parola di salvezza.

3. Questo è il quadro. Esaminiamolo ora nei suoi elementi fondamentali.

Anzitutto il profeta.

Ezechiele è figlio di Buzì, un sacerdote del tempio di Gerusalemme, ed è orgoglioso di appartenere a un nobile casato. Il Signore si rivolge a lui non chiamandolo, però, con il suo nome, Ezechiele, ma con un nome nuovo: Figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo è un’espressione ebraica che significa semplicemente uomo, essere fragile, comune mortale. Il profeta non è un angelo, non è un personaggio dotato di capacità misteriose e poteri arcani, ma un semplice uomo, con tutti i difetti, le debolezze, i limiti anche psichici e mentali da cui nessun mortale è esente.

Ezechiele ha una sensibilità particolare: alterna momenti di esaltazione a momenti di abbattimento, è propenso alla depressione e si chiude spesso in prolungati mutismi. Dopo la chiamata del Signore – racconta egli stesso – rimane per sette giorni come stordito in mezzo ai deportati (Ez 3,15). Parla bene, questo sì e la gente accorre per ascoltarlo: «tu sei per loro un canto di spasimanti, di bella melodia e dolce accompagnamento».

Non sono tuttavia le doti straordinarie che conferiscono al profeta l’autorità di parlare in nome di Dio, ma il fatto di essere stato chiamato, di aver ricevuto una vocazione.

A chi è inviato Ezechiele?

I destinatari della sua missione sono identificati con “razza”, una parola dal sapore amaro: non c’è nell’originale ebraico il termine ‘am che designa solitamente il popolo eletto, bensì góy che identifica le nazioni pagane. Il motivo è subito detto: gli esuli, resi insensibili dal male, ermeticamente chiusi alla luce (“cuore indurito”), ciecamente orgogliosi, manifestano con il loro contegno una sprezzante sicurezza di se stessi.

È un peccato che nella I Lettura non sia entrato anche il v. 6, che completa drammaticamente il quadro tutt’altro che saltante: «Tu, figlio dell’uomo, non aver paura di loro, non aver paura delle loro parole. Sì, ti sono ostili, sono spine, siedi su scorpioni; ma non aver paura delle loro parole e non abbatterti di fronte a loro, perché sono una casa ribelle».

Dio, comunque, come già detto, non garantisce il successo: «Ascoltino o non ascoltino…». È importante che la Parola venga annunciata. I risultati sono un’altra cosa, e non rientrano nelle competenze del profeta.

Anche se, apparentemente, la missione del profeta risulta fallimentare, un obiettivo lo raggiunge comunque: rivela le premure di Dio per il suo popolo, mostra che il Signore non lo dimentica mai e che neppure il più grande peccato può fargli rompere l’alleanza che ha stipulato con l’uomo.

4. Proviamo ora a tradurre questo brano nei nostri giorni.

«Figlio dell’uomo, io ti mando dagli Israeliti»

Sembra che Dio non conosca il nome del suo profeta, ignori che quello è “figlio del sacerdote Buzì”. E dire che lui possiede un bellissimo significativo nome teoforo. Ezechiele, infatti, significa “Dio rende forte”. È sorprendente notare come in tutto il libro l’espressione “figlio dell’uomo” ricorra 93 volte, mentre il nome proprio Ezechiele compare solo in due occasioni.

Siamo di fronte a un essere umano, una creatura fragile, mortale. Uno come gli altri. Ezechiele deve manifestare la forza di Dio (contenuta nel suo nome) attraverso la sua debolezza. Sarebbe assurdo se il profeta, dopo aver perso il proprio nome, si preoccupasse di “farsi un nome”. Il profeta, se ricerca la popolarità, il successo, la fama, il consenso, non ha più diritto di affermare: “Dice il Signore Dio…”. Guai quando il profeta si dimentica di essere “figlio dell’uomo”, ossia un povero uomo come tutti, e pretende diventare “qualcuno”. Dio mette in piedi (… mi fece alzare in piedi), ma non mette sul piedistallo.

«Ascoltino, o non ascoltino»

Ci sono quelli che non hanno voglia di ascoltare. E quelli che fanno finta di ascoltare. Che dicono di non averne bisogno, tanto sono sempre le stesse cose, e loro le sanno già.

Che ascoltano, ma capiscono a modo loro, ossia sono disposti a sentire solo ciò che li conferma nelle proprie idee, rigettando ogni parola che li metta in discussione, intacchi le loro sicurezze, contesti la loro condotta.

Che ascoltano, ma pensano ai vicini (o ai lontani), ritengono che la predica vada bene per qualcun altro.

Che ascoltano… e tutto rimane come prima nella loro vita. Che dicono: “Una bella predica!”, e finisce lì.

Ci sono quelli che ascoltano i maestri più diversi, le cose più contraddittorie, e fanno una gran confusione.

Ci sono quelli che non prestano ascolto perché sono “ribelli”, e altri che non ascoltano perché indifferenti.

Per fortuna ci sono quelli che ascoltano. Prendono sul serio la Parola, la custodiscono nel proprio cuore, si lasciano interpellare da essa.

La Parola trova pur sempre, da qualche parte, un nido di accoglienza. La Parola compie un suo tragitto segreto, imprevedibile, va a cercare la complicità di qualche cuore, a risvegliare la voglia di speranza sotto la cenere fredda di certe esistenze, accendere una scintilla in chissà quale notte, sostenere un passo incerto, illuminare un tratto di strada a quel poveraccio che brancola nel buio.

Fra tutti i miracoli di cui siamo avidamente alla ricerca, ce n’è uno che è normalmente trascurato: il miracolo dell’ascolto. Un miracolo che ne provoca un altro ancora più sensazionale: quello dell’obbedienza.

«Sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro»

Abbiamo bisogno di uno che, in mezzo al bailamme di voci, si presenti buttandoci addosso quella frase incredibile: “Dice il Signore Dio…” e soprattutto ci ricorda che Dio non ci giudica secondo le nostre categorie di buoni o cattivi, peccatori o santi, ma secondo la categoria “figli”, e che Dio, secondo la felice intuizione di una bambina al catechismo, «è un papà che vuol bene come una mamma».

Foto: Michelangelo Buonarroti, Il profeta Ezechiele, (1511 ca), particolare della decorazione della volta della Cappella Sistina, Musei Vaticani, Roma / it.wikipedia.org

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