Eliseo

Eliseo e la moltiplicazione dei pani originata dal loro incontro, di cui parla la I Lettura di oggi, ci riportano ad un tempo di terribile carestia. La situazione è tanto disperata che, per sopravvivere, la gente mangia radici, foglie e erbe, perfino quelle velenose (2 Re 4,38-41).

Il termine fame ricorre 134 volte nell’Antico Testamento, tante, perché, a causa della scarsità di piogge, le terre dell’antico Medio Oriente sono spesso colpite da questa calamità.

In un tempo di carestia, dunque, un uomo di Baal-Salisà si presenta a Eliseo e gli offre 20 pani d’orzo.

L’orzo cresce anche su terreni poveri e accidentati e ha un valore inferiore al grano (Ap 6,6). Il suo ciclo di maturazione è più breve rispetto a quello degli altri cereali, per questo è il primo a essere raccolto; è mietuto in primavera, verso Pasqua. I ricchi di quel tempo preferiscono il pane di frumento, le classi più povere, invece, si accontentano di quello di orzo che costa meno.

È quindi un contadino povero l’uomo di Baal-Salisà che, con un gesto di commovente generosità, si priva del prezioso alimento per consegnarlo a Eliseo. Non trattiene per sé la primizia del proprio campo, sente il bisogno di condividere con altri il dono ricevuto da Dio. Il pane, infatti, è un dono del Signore e va subito condiviso con chi non l’ha: «Chi ha l’occhio generoso sarà benedetto, perché egli don dal suo pane al povero» (Prv 22,9).

Eliseo, a sua volta, si lascia coinvolgere in questa dinamica del dono gratuito, messo in atto dall’uomo di Baal-Salisà. Non mette nella bisaccia il pane per portarselo a casa, ma invita il suo servo a distribuirlo alle 100 persone affamate che gli stanno attorno.

La reazione del servo è scettica: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?» (v. 43). Se non interviene un miracolo, non è possibile risolvere il problema della fame di tanta gente con così poche risorse.

Eliseo lo invita alla fiducia, assicurando: «Tutti ne mangeranno e ne avanzerà anche».

Ecco la dinamica che ha condotto al miracolo: prima c’è il gesto generoso dell’uomo di Baal-Salisà, che offre il frutto del suo lavoro, poi la decisione di Eliseo di condividere il dono ricevuto, infine accade il prodigio: «Tutti mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore».

Che dire di questo brano?

Un esegeta ha scritto: «È una delle tante situazioni limite raccolte dalla Bibbia con lo scopo di mettere meglio in risalto il potere di Dio. A volte sono donne sterili e mariti anziani, destinati a essere i genitori di capi del popolo eletto. Altre volte, sono persone inesperte, deboli e incapaci, destinate da Dio a un ministero che, umanamente parlando, è superiore alle loro capacità. In altre occasioni, un giovane pastore (Davide) o una giovane vedova (Giuditta) sfidano la tecnica filistea (Golia) o la forza militare (Oloferne). E sempre abbiamo un comune denominatore che non cambia: la sproporzione fra i mezzi umani e le mete da raggiungere. È messa in evidenza la sproporzione, per far risaltare con maggior forza il potere di Dio. È la sproporzione fra i venti pani e i cento uomini. Nel Vangelo, la sproporzione sarà ancora maggiore: cinque pani e due pesci per cinquemila uomini» (Commento alla Bibbia Liturgica, Ed. Paoline, Roma 1980, p. 367).

È vero. È giusto. Ma è tutto qui? Ci sarebbe molto da dire e soprattutto da fare.

Anzitutto. Chissà come sarà rimasto sbalordito il servo di Eliseo quando ha visto il miracolo sensazionale.

Io, piuttosto, vorrei essere nei panni dell’uomo di Baal-Salisà, per poter gustare, come ha fatto lui, il sapore del pane che ha regalato.

Beh, basterebbe provassi anch’io. Sperimentare il gusto delle cose donate: la preziosità del tempo speso per gli altri, la forza delle energie non risparmiate.

Sentire il calore che si accende in un cuore, assaporare la gioia che si ha diffuso, la speranza distribuita, la consolazione arrecata.

Seconda considerazione. In questa I Lettura c’è, indubbiamente, il profumo del pane.

Viene in mente però quel miracolo rifiutato nel deserto, allorché Satana sollecita Cristo a trasformare le pietre in pane. Perché? È stato osservato che trasformare le pietre in pane significherebbe fabbricare il pane senza il sudore della fronte.

Cristo si rifiuta di risolvere, con una soluzione miracolistica, il problema economico.

Dio non intende liberare il cammino dell’uomo dalle difficoltà, appianandolo a colpi di bacchetta magica. Non vuole trasformare l’esistenza a suon di miracoli.

Il pane rimane legato non al miracolo, ma al lavoro. «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gn 3,19).

Il pane acquista dignità quando reca il marchio di fabbrica: la fatica dell’uomo.

Ma anche il pane condiviso. Il nostro pane dev’essere un pane condiviso, ossia riscattato dall’avidità del possesso, dell’appropriazione, per diventare segno, sacramento di fraternità.

In tal modo il pane, oltre a recare il marchio della fatica, deve avere quello dell’amore. Il pane, che è «mio» attraverso il lavoro, diventa «nostro» attraverso l’atto della spartizione.

Infine, è una fortuna che il miracolo, in sé, non venga descritto. Così in quello spazio vuoto, tra il prendere i pochi pani e la liturgia della distribuzione, posso mettere me stesso nella mani dell’uomo di Baal-Salisà e Eliseo.

In quello spazio vuoto vi è chi vorrebbe collocare dei documenti, delle analisi dotte, delle statistiche. Il Signore, invece, vuole delle persone.

Sì, la persona che diventa pane. Che si libera delle limitazioni individuali. Si lascia frantumare il nucleo del proprio egoismo. E nelle mani del Signore, accetta di farsi dono, diventando segno, sacramento dell’amore di Dio per gli uomini.

Soltanto così posso capire come avviene il miracolo. Comprendo soprattutto, che attraverso il «dare» non arrivo mai a incontrare l’altro. È soltanto grazie al «darmi» che sono condotto all’incontro con il fratello.

Foto: Giorgio Vasari, «Il profeta Eliseo», olio su tavola (1566 ca), Galleria degli Uffizi, Firenze / it.wikipedia.org

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