Chi tace non acconsente

Chi tace non acconsente
Davanti a chi soffre

 

Chi tace non acconsente – Alcuni anni or sono,
mi trovavo al capezzale di un malato,
in un grande ospedale di Genova.

In un altro letto giaceva, immobile,
un giovane sui vent’anni.
Aveva avuto, da poco,
la spina dorsale spezzata,
durante un incidente di lavoro.

Sapeva che, ormai,
non avrebbe camminato più,
e conseguentemente ciò metteva
a dura prova i suoi nervi.

Ma la sua situazione
era resa ancora più drammatica
dato che aveva, da tempo, perduta la fede.
Era, quindi, un malato estremamente eccitabile
e soprattutto bisognoso di affetto e comprensione.

Quel giorno capitò un distinto signore,
certamente pieno di buona volontà,
ma decisamente privo di buon senso.

Si accostò al letto del giovane
– e gli porse una rivista religiosa –
e quando seppe la gravità del suo male,
incominciò il discorso più lungo
e meno opportuno che io avessi mai udito.

Parlò – in verità – di rassegnazione, di pazienza,
inoltre di fiducia in Dio
e soprattutto del valore della sofferenza,
ma lo fece con un tono così cattedratico,
e totalmente privo di comprensione e di calore umano
che io ne ero esterrefatto.

Che quel giovane accettasse la sua disgrazia
e ne ringraziasse Iddio era ovviamente
– per quel sanissimo signore –
non un miracolo, ma una cosa scontata
e pacifica: un dovere.

Chi tace non acconsente.
Il giovane infatti taceva,
combattendo al fine di arginare il suo furore.

Quando, come Dio volle,
la lunga filippica ebbe fine,
ed il giovane rimase solo,

io non potei trattenermi dall’accostarmi al suo letto
al fine di chiedergli scusa del tormento
che gli era stato inflitto in nome di Dio,
cercando di scusare – se non la leggerezza –
almeno la buona fede dello sconosciuto confortatore.

Egli allora mi fissò,
con quei suoi giovani occhi pieni di angoscia,
e mi disse: «Purtroppo… che potevo fare?…
Non posso muovermi!».

Come, in quel caso,
mi parvero vere le dure parole di La Rochefoucauld:
«Si ha sempre forza abbastanza
per sopportare i mali altrui!».

In verità non è facile mettersi nei panni degli altri.
Poiché, se i malati hanno bisogno di pazienza,
al fine di non «sprecare» il loro dolore,
i sani hanno sicuramente bisogno di imparare ad amare,
a capire, a tacere, al fine di non ferire chi soffre.

Chi tace non acconsente.
Per chi non soffre,
è facile infatti consolare gli altri.

Anche Giobbe sarebbe capace di farlo con molta abilità:

Anch’io sarei capace di parlare come voi,
se voi foste al mio posto:
vi affogherei con parole,
e scuoterei il mio capo su di voi.

Vi conforterei con la bocca,
e il tremito delle mie labbra cesserebbe.

Ma se parlo, non viene impedito il mio dolore;
se taccio, che cosa lo allontana da me?
(Gb 16,4-6).

Foto: William Blake,
Illustrazione del libro di Giobbe /
pinterest.it

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