Amos e Amasìa
“Also Amaziah said unto Amos, O thou seer, go, flee thee away into the land of Judah, and there eat bread, and prophesy there:” Amos 7:12

Amos e Amasìa

1. Con la I Lettura siamo al tempo di Geroboamo II, re d’Israele, con residenza in Samaria, più o meno intorno all’anno 760 a.C. Occupa quel trono da circa 25 anni. Ha conseguito numerose vittorie militari, grazie alle quali è riuscito ad ampliare notevolmente il territorio su cui esercita la propria sovranità. Adesso sta godendo i frutti. Sono introdotte nuove tecniche agricole che accrescono la produzione, le industrie tessili e la tintoria sono fiorenti, le miniere di rame dell’Arabia funzionano a pieno regime. In poche parole, i commerci prosperano, la ricchezza aumenta, le cose vanno bene (almeno per qualcuno).

E la religione? Non è mai stata tanto praticata e favorita. I santuari rigurgitano di pellegrini che accorrono per offrire sacrifici, adempiere voti e partecipare alle feste.

A modo suo, anche Geroboamo II è un uomo religioso: stipendia i sacerdoti e sostiene le spese dei templi che vuole adorni con ogni magnificenza.

Era però avvenuta la rottura tra le tribù del nord e quelle del sud ed è ormai consumata una lacerazione che avrà effetti devastanti. Solo le due tribù del sud, quella di Giuda e quella di Beniamino, continuano in modo corretto l’alleanza stipulata da Dio con i padri. Quelle collocate a settentrione, invece, sotto l’autorità di Geroboamo II, perseguono una politica di allontanamento dal Signore che porterà alla caduta del regno del nord nel 721 a.C.

Siamo nel periodo che precede tale caduta. La bontà divina tenta l’impossibile per riportare Israele sulla retta via. L’invio di Amos, profeta del sud di Israele, al nord, esattamente a Betél, dove si trova il principale santuario scismatico, rientra nella strategia divina che cerca di strappare buona parte del popolo (ben 10 tribù) dalla rovina esistenziale.

2. A questo punto ci viene in aiuto la I Lettura.

Amos è inviato a Betél, nel cuore dello scisma: al santuario del re. I sacerdoti che vi officiano sono funzionari regi e non ministri di Dio. Perciò le loro scelte sono sempre volte a compiacere il sovrano e non ad onorare la volontà divina. Amos tenta di raddrizzare questa stortura. La sua è una predicazione che rivendica l’ascolto di Dio.

La reazione di Amasìa alle parole e perfino alla presenza di Amos è dura e impietosa: «Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda: là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betél non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del Regno».

«Persona non gradita» direbbe un incolore linguaggio diplomatico.

Interessante la risposta di Amos, il primo dei profeti che affidano il loro messaggio allo scritto, ad Amasìa: «Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un pastore e raccoglitore di sicomori; il Signore mi prese di dietro al bestiame e il Signore mi disse: “Va’, profetizza al mio popolo Israele».

Concretamente, Amos puntualizza questi fatti:

– Non è profeta di carriera. Non è stato lui a scegliere quella professione dal momento che un mestiere ce l’aveva già.

– Lui è semplicemente un “laico”, nella cui vita “secolare” è intervenuto inaspettatamente Jahweh.

– Non ha alle spalle alcun gruppo di pressione. Non dipende da nessuno, solo da Dio che gli ha imposto quella missione sgradita.

Amasìa, il sacerdote di Betél, ragiona in termini di opportunità, considerazioni politiche ed economiche. Amos parla il linguaggio della libertà.

Amasìa accusa Amos di congiura, del delitto di lesa maestà. Amos replica affermando che il vero delitto è quello di resistere a Dio.

3. Certo resta inquietante l’immagine di un tempio, di un comunità che si vuole definire religiosa, “chiusa” alla Parola di Dio.

A pensarci bene, però, la scena si replica anche nelle nostre comunità cristiane.

Quell’Amasìa, che sono io e molti altri cristiani, è sempre indaffarato a chiudere porte in faccia al profeta disturbatore. Più che accoglierlo, mi sforzo, ci sforziamo di tenere sotto controllo quella Parola, impedirle che si introduca in certi settori della mia, della nostra esistenza. Non me la sento, non ce la sentiamo di rifiutarla totalmente, ma nemmeno concederle troppa libertà di movimento.

E poi c’è pur sempre quella tattica collaudatissima: indirizzare il profeta all’abitazione del vicino. Lì, forse, troverà il posto adatto per lui. Io sono, noi siamo già troppo occupati, e poi non ci occorre quel prodotto, ne tengo, ne teniamo una grande scorta in casa.

È necessaria la denuncia. Sempre che colpisca altri.

Non bisogna aver paura di criticare. Io stesso, noi stessi critichiamo tutto e tutti e sempre. Guai, però, a chi si azzarda a muovermi, muoverci un’osservazione men che favorevole.

Amasìa, in fondo, usa belle maniere. Mette alla porta il profeta Amos; ma gli lascia aperte molte altre strade, che lo portino il più lontano possibile. E io, noi, allo stesso modo di lui, possiamo riprendere il nostro culto in quel santuario ben riparato che sono le mie, le nostre vecchie abitudini, senza il pericolo di dover ascoltare voci disturbatrici. E posso, possiamo rassicurare il re – intronizzato al centro dei miei, dei nostri pensieri e del mio, del nostro cuore – che tutto è tornato tranquillo. Purtroppo!

Foto: Amos e Amasìa / istockphoto.com

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