Aelredo di Rievaulx

Aelredo di Rievaulx. Amicizia spirituale
Un modo per sperimentare Dio

Aelredo di Rievaulx. Non solo o non tanto un sentimento,
o un’abitudine, ma un metodo di conoscenza,
una strada da percorrere al fine di sperimentare l’amore di Dio:
è questo che intende soprattutto Aelredo di Rievaulx
(monaco vissuto nel XII secolo in Nordthumberland, in Inghilterra)
nel mentre parla di amicizia spirituale,
tema a cui ha dedicato il suo saggio più noto.

«Amicus, quasi animi custos»,
essere amici significa in particolare essere custodi dell’anima,
gli uni per gli altri, scriveva Isidoro di Siviglia
in una delle sue etimologie fantastiche,
tanto surreali quanto geniali veicoli
di messaggi assai profondi e utili per il lettore.

«Amicus, per derivationem, quasi animi custos»
continua Isidoro parlando del legame
capace di unire due vite, la catena della carità.
«Dictus autem proprie:
amicus ab hamo, id est, a catena caritatis;
unde et hami quod teneant».

Quaggiù dunque, gli fa eco il monaco inglese,
non c’è nulla di più santo da desiderare,
nulla di più utile da cercare,
niente più difficile da trovare,
nulla più dolce da provare,
niente più fruttuoso da conservare.

È perciò il mistero della carità, dell’amore reciproco
che all’abate Aelredo di Rievaulx
interessa indagare nel suo saggio-capolavoro,
De spiritali amicitia
in cui dialoga con franchezza e vivacità
sulle spine e i doni della vita comune.

La sua scrittura si intreccia in particolare
con la letteratura classica e patristica,
e il Laelius di Cicerone, costituisce infatti per lui
sia il punto di partenza per le proprie riflessioni
che il modello letterario da seguire.

L’alternarsi di domande e risposte
aiuta inoltre il pensiero a dipanarsi
elencando esempi e memorie di vita vissuta.

Ecco allora uno dei passi del libro,
in cui un allievo chiede all’autore:

«Scusami, ma non sono tanti
quelli che abusano della scienza
o ne traggono motivo per vantarsi
di fronte agli altri o si insuperbiscono
o se ne servono in modo affaristico e venale,
così come altri usano la loro apparente bontà per far soldi?».

Qui – risponde Aelredo di Rievaulx-
potrà risponderti sant’Agostino, che ha scritto:
«Chi piace a se stesso piace a uno stupido,
perché è certamente uno stupido chi si compiace di sé». (…)

«Bisogna diffidare di quell’“autostima impazzita” – scrive l’abate –
che trasforma anche il bene in senso di superiorità,
il più delle volte ingiustificato,
e le virtù in vizio abilmente camuffato».

Il discernimento, nell’amicizia, non è però facile.
«Verifica – consiglia a questo proposito Aelredo di Rievaulx –
se ritiene l’amicizia una virtù,
e non un affare redditizio, se rifugge dall’adulazione
e detesta le lusinghe, se è sincero e discreto nel parlare,
se accetta con pazienza la correzione, se è costante
e saldo nel voler bene.

Solo allora gusterai infatti quella dolcezza spirituale
che fa dire: come è bello e quanta gioia
dà vivere insieme, da fratelli.

Allora vedrai quanto ci si guadagna a soffrire l’uno per l’altro,
a faticare l’uno per l’altro, a portare l’uno i pesi dell’altro,
quando ciascuno trova dolce dimenticare se stesso a favore dell’altro,
preferire la volontà dell’altro alla propria,
andare incontro alle necessità dell’altro prima di pensare alle proprie,
esporsi e opporsi alle avversità al fine di risparmiare l’amico.

E nello stesso momento quanta dolcezza nel parlarsi,
nel raccontarsi progetti e pensieri,
esaminando tutto insieme,
e in tutto convergendo su uno stesso parere».

Siamo chiamati infatti a dare la vita gli uni per gli altri;
imitare Cristo è dunque l’unica strada per amarlo, ripete Aelredo di Rievaulx.

«Succede allora che rapidamente,
in modo impercettibile,
si passi da un affetto all’altro
e, con la sensazione di toccare da vicino la dolcezza di Cristo stesso,
l’amico cominci a gustare e a sperimentare
quanto egli è dolce è amabile.

In questo modo, da quell’amore santo
con cui si abbraccia il proprio amico, si sale
a quello con cui abbracciamo Cristo stesso:

si afferra così, nella gioia, a piene mani,
il frutto dell’amicizia spirituale,
nell’attesa di una pienezza che si realizzerà nel futuro
quando, eliminato quel timore che ora ci tiene in ansia
e ci fa preoccupare l’uno per l’altro,

vinte inoltre tutte quelle avversità
che ora dobbiamo sostenere l’uno per l’altro,
distrutto insieme alla morte il suo pungiglione,
che ora spesso ci sfianca e ci costringe a soffrire l’uno per l’altro,
raggiunta la sicurezza, godremo per l’eternità del sommo bene.

Allora questa amicizia,
alla quale ora ammettiamo solo pochi,
sarà trasfusa in tutti,
da tutti rifluirà su Dio,
e Dio sarà tutto in tutti».

Silvia Guidi, «Un modo per sperimentare Dio.
La riflessione di Aelredo di Rievaulx», in
“L’Osservatore Romano”, martedì 4 gennaio 2022, p. 2.

Foto: Abbazia di Rievaulx / turistipercaso.it

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